Racconti Spaziani – ARFestival 2015

Io ed il fumetto abbiamo sempre avuto un rapporto strano.
Tipo quelle cose in cui ti vorresti sempre buttare ma background e pigrizia te lo hanno sempre impedito.
Ho avuto attimi di follia totale, intorno ai 12 anni, per Dylan Dog. Ricordo la libreria di qualche parente piena zeppa, ricordo la copertina rovinata del numero 5, “Gli Uccisori”, quella de “Il Male” o “Scritto con il Sangue”. Mi sentivo sporco e grande, a leggere di morte e amore, a vedere quei crani divelti ed il nostro eroe rigirarsi nelle lenzuola con la donna della sua vita di turno.
Ricordo decine di “Linus”, quelli vecchi, piccoli e con la copertina in cartoncino, in cui Crepax mi faceva vedere cose, con “Valentina”, che mi facevano un effetto strano, a quell’età.
Chissà perché.
Crescendo non ho approfondito con altre cose, saltando a piè pari manga e similari, con l’unica eccezione di “Slam Dunk” nel mio periodo cestistico.
Di certo “Rat-Man” mi ha cambiato le prospettive, ma ecco, non ho mai provato un vero interesse per l’argomento fumetto.
Per questo non ho mai ben capito le fiere, anzi La, fiera, visto che l’unica in cui sono sempre (a tratti) andato è il Romics, che tutto è tranne un fiera incentrata sul fumetto vero.
Dover fare a cazzotti con zombie grassi e scavalcare fatine argentate non mi pare il top dell’esposizione, a meno che per esporti tu non intenda in un video virale e nella questura più vicina.
Parlo da profano, ovviamente, ma una cosa che non conosco la voglio capire e conoscerne aspetti non così scontati, senza dovermi fermare a dover trattare il prezzo di un albo del ’58 rarissimo perché il disegnatore ha dimenticato di disegnare il capezzolo della protagonista.
E dopo aver visto il programma dell’ARFestival, alla sua prima edizione, ho visto che c’erano parecchie cose adatte allo scopo di capire il fumetto e chi lo fa, chi c’è dietro.

Decido di andare Sabato per rubare con le orecchie e scriverne un piccolo report, trascinandomi chi invece ruberà con i suoi occhi belli e la sua macchina fotografica.
La prima cosa che mi colpisce è la location: l’Auditorium del Massimo il posto ideale per lo scopo dell’ARF. Le sale per le conferenze, le zone per le esposizioni, ed il tendone per la mostra.
Semplice e diretto, senza troppi fronzoli o mucchi selvaggi.
Arrivo che sta iniziando il dibattito tra Zerocalcare e Danno del Colle der Fomento, e se credevo fosse interessante, mi sbagliavo: è geniale.
Rimaniamo fuori per il troppo afflusso di gente, ma le casse ci permettono di ascoltare chiaramente.
Se il primo, per suo carattere, rimane timido e lapidario, il secondo è il solito fiume in piena che, come ben sottolinea Michele ZC, non ne sbaglia una. Simone (er Danno, se avete vissuto chiusi nella custodia di un CD di Baglioni gli ultimi 20 anni della vostra vita) mette i punti sulla situazione di Roma dai primi ’90 ad oggi. In barba a quelli a cui Roma fa schifo, a chi punta il dito su chi soffre molte situazioni di disagio e non su chi lo crea, lo ha sempre creato e ci ha pure lucrato sopra. Proprio come aveva ben sottolineato Michele nello speciale su Repubblica sul tema della mania del decoro, parlando di Roma ma cercando di allargare il discorso su tutto il territorio nazionale (tipo gente che a Milano, presa dal pulire i muri, è finita per cancellare importanti opere di street art). Perché entrambi sono riusciti a portare il concetto di Roma fuori dalla Capitale, arrivando a trasmettere messaggi che chi ha il codice (citando Kaos One) riesce a recepire.
Loro però sono Roma, in primis, e lo dimostra Michele dicendo che “c’è il ragazzo di Trento che ti chiede la dedica con scritto Rebibbia Regna”, a dimostrazione del fatto che si parta da un punto per arrivare a mille altri. Quando gli si chiede come reagisce alle costanti critiche, soprattutto dopo l’affaire sul cartaceo del quotidiano, la risposta è precisa e diretta: “se ti piacciono i miei disegnetti, ma poi non condividi il contenuto, non mi puoi venire a rompere il cazzo”.
Ar Cavaliere Zero..
Il confronto trasuda contenuti, idee, battute, e sorprende un po’ vedere due realtà artistiche così diverse ma dal messaggio così simile stare lì, sedute, a parlare ed a dire cose che non puoi non definire giuste.
Il Danno chiude con un suo freestyle che fa venire giù la sala, impeccabile come sempre.

Ci spostiamo per fare un giro, inoltrandoci nelle sezioni che ospitano gli stand della varie case editrici.
L’atmosfera è calma, ci si riesce a confrontare con i disegnatori intenti a creare tavole e con gli stessi editori. Alcuni papà più presi dei figli girano voracemente pagine di albi esposti, parlano con i ragazzi presenti agli stand e vagano in giro sognanti.
E l’aria è esattamente quella di una fiera, tranquilla e focalizzata sui contenuti.

Inizia poi l’incontro tra il LeCooler ad honorem Giacomo Bevilacqua, Zerocalcare e Cecilia Strada, figlia di Gino ed attuale presidente di Emergency, con la quale i due fumettisti hanno collaborato (insieme a Gipi e Sio) disegnando delle magliette che potete trovare qui. Cecilia Strada spiega che vorrebbe che Emergency non abbia più motivo di esistere, poiché nata per durare poco ed ormai attiva da 21 anni.
Siparietto in cui Giacomo, mostrando la maglietta, ammette poi di non saperla piegare, così come Michele.
Ragazzi, non siete soli.
Vi abbraccio forte.

Finita quest’altra bella conferenza, passiamo sull’altro lato della parte espositiva, dove dopo essere scesi per un paio di rampe di scale ci troviamo varie porte che danno su di uno spazio più ampio dedicato sempre agli stand. In quello di “Uno Studio in Rosso”, vuoto vista l’ora, dominano lo stand vuoto le locandine dei prossimi albi in uscita con Bao, e non posso che rimanere basito da quella, bellissima, di “Mater Morbi”.

Ci spostiamo per goderci con calma l’ultima parte, quella della mostra con tavole esposte di Zerocalcare, Gipi, De Cubellis e Crepax.
Sicuramente è la parte più interessante a livello visivo, molto ben curata e non dispersiva. Non si è cercato di mettere tutto e tutto stretto, ma poco e ben dettagliato. Le tavole di Zero sono quanto di più profondo e divertente ci sia, De Cubellis (che da bravo ignorante quale sono, non conoscevo) mi sorprende molto: una diversità e varietà di stili invidiabile. Davvero bravo.
Crepax mi fa tornare gli ormoni di un dodicenne ma nel corpo di uno di trenta, facendomi finire in un angolo a piangere pensando alle tette ed alla dichiarazione dei redditi.
Poi c’è Gipi, che secondo me merita una fiera a parte ma che con una quindicina di tavole ti fa capire che, come lui, poca altra roba: il suo “Walker”, con alcune tavole esposte in anteprima, è una sequenza di piccoli quadri, marchiati dal suo stile unico ed ormai riconoscibile come solo quello dei più grandi. I colori dell’apocalisse perfettamente mescolati con quelli della follia, il tratto instabile di una mente psicotica. Qualcuno che ci dovremmo tenere stretti, il buon Gipi, e ricordarci di più di che riesce a creare.

Me ne vado dall’ARFestival con la consapevolezza di aver visto qualcosa che non si ferma al solo fumetto, ai “disegnetti” di Zero o al trattare il prezzo di un albo.
Ormai il fumetto traccia una linea profonda che unisce cinema, teatro, pittura, sceneggiatura, musica, distinguendoli ed allo stesso tempo mischiandone insieme i contenuti.
All’ARFestival ha girato chi fa di questo mix un’arte vera, un perfetto equilibrio di cultura pop e fumetto classico.

Insomma, non serve sicuramente essere un nerd dell’ambiente per capire che se si vuole inquadrare il fumetto per quello che sta diventando (e che è sempre stato), e cioè una vera e propria espressione artistica, manifestazioni come l’ARF sono le benvenute e spero che possano solo che aumentare per visitatori e spazi espositivi.

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