Il Cinegastronomo #3 – Interstellar: quando la fame non fa ridere

Alla fine è uscito. Sollevando i consueti clamori, sorprendendo, deludendo, dividendo, Interstellar è arrivato nelle sale italiane. Il nono, ciclopico lungometraggio di Christopher Nolan non offre solo il piacere epidermico di un prodotto d’intrattenimento, ma affronta in maniera innovativa il tema del futuro distopico. Il regista inglese mette in scena un mondo in cui i violenti cambiamenti climatici hanno reso incoltivabile qualsiasi cosa… ad eccezione del granoturco. In pratica l’umanità ha fame. E per la fame si è dovuta adeguare, smantellando il mito della carriera accademica (e degli allunaggi!) e restituendo all’agricoltura le braccia necessarie a ritardare la fine dell’esistenza. L’ex astronauta Cooper (Matthew McConaughey) si imbatte in un’equipe di “reduci” della Nasa che da anni lavorano in gran segreto a missioni spaziali tese a perlustrare altri sistemi solari alla ricerca di nuovi pianeti coltivabili. Affrontare il viaggio ‘interstellare’ è l’unico modo per salvare la razza umana dall’estinzione.

Da sempre la letteratura e il cinema hanno raccontato la fame in due soli modi: o per far ridere, o per far piangere. Tuttavia, sulla fame e sugli affamati generalmente tutti hanno preferito ridere. La risata, si sa, è terapeutica: seppellisce il sintomo, in un certo senso rimuove il problema. E, quanto più la fame sarà insaziata ed insaziabile, tanto più farà ridere. Chaplin in primis, e a seguire la commedia all’italiana di Totò, Peppino, Fabrizi, Rascel, Macario, Sordi, hanno giocato molto sul meccanismo della fame inappagata. Nel Dopoguerra il cibo era assai importante nel nostro Paese… perché non c’era. Gli italiani, salvo le classi più agiate, mangiavano poco. Il “mangiare”, al pari della “famiglia” era una giustificazione assoluta per qualunque bassezza si potesse commettere. “Devo pur portare il pane in tavola” oppure: “Lo faccio perché c’ho famiglia”, dicono tuttora – e senza essere attanagliati da quella bella fame alla Totò – gli italiani con la coscienza sporca. Cooper/McConaughey “c’ha famiglia”. Non è un italiano medio, ma un modesto agricoltore con la coscienza pulita e un desiderio smodato di donare ai propri figli il futuro che si meritano.

Qui il meccanismo della fame inappagata non è un espediente comico, ma un detonatore di conflitto. Per Nolan il problema primario del “come” conquistarsi il cibo si trasforma in un dilemma morale: tentare di salvare l’umanità con il rischio di lasciarci la pelle, o rimanere sulla Terra e aspettare la morte per stenti accanto ai propri cari? Sebbene scelga di intraprendere la prima strada, per tutta la seconda metà del film Cooper farà di tutto per tornare sui propri passi. Di trovare nuovi pianeti su cui trasferirsi non gli può fregare di meno. Del resto anche gli spettatori rimangono indifferenti a quest’urgenza, visto che delle tanto vociferate calamità climatiche (e delle conseguenti ripercussioni sull’alimentazione dell’umanità) ci viene mostrato ben poco: un campo di pannocchie spazzato dalle tempeste di sabbia, colazioni a base di quella che ha tutta l’aria di essere polenta, birra al mais consumata in veranda, e poi thermos riempiti di un misterioso liquido, di cui Cooper si equipaggia ogni volta che esce di casa (caffè non è di sicuro, quindi cosa diavolo c’è in quei thermos?!).

Nolan si attiene alle consulenze di Kip Thorne (fisico esperto di relatività generale) e le ore impiegate a spostarsi da una galassia all’altra diventano anni per i terrestri. I figli di Cooper crescono, ma la fine dell’esistenza sembra ancora lontanissima. Sbirciamo in una delle rarissime scene conviviali del film: l’ormai trentenne Murph (figlia minore di Cooper, chiamata così in onore della Legge di Murphy) invita il fratello ad assaggiare “un altro po’ di soufflé”. Viene da chiedersi se si tratti di un’incongruenza, o se nel frattempo l’umanità si sia data da fare a tal punto da rimediare burro, uova e farina di grano (ingredienti imprescindibili, anche per la preparazione di un semplice soufflé di mais).
Se, nella commedia all’italiana la fame è dinamica, muove l’azione – poiché innesca tutte le imprese che l’affamato escogita per riempirsi lo stomaco – in Interstellar la fame è simbolica, spesso addirittura scenografica. Non è un caso che il buco nero che utilizza Cooper per fiondarsi (letteralmente) verso la salvezza si chiami Gargantua, come il celebre gigante rabelaisiano dall’appetito formidabile. Appetito=forza di gravità; e nel film la gravità ha la meglio sullo spazio/tempo aiutando Cooper a fare ritorno a casa. La fame si trasforma così da oggetto d’arredamento in trucco drammaturgico, spingendo il film verso il finale e aprendo verso un nuovo inizio. Insomma, film come Interstellar sono capaci di farci arrovellare il cervello per settimane. Succede che ci ritroviamo fuori dal cinema, con il Dolby Atmos che ancora ci fa tremare le ossa del bacino, gli occhi che faticano a riabituarsi alle immagini scadenti del mondo reale, e tentiamo di capire se Nolan abbia confermato, oppure dolorosamente tradito, le nostre aspettative. Senza trovare risposta, aspettiamo l’indomani. Avvolgiamo le impressioni della sera prima nella carta stagnola e setacciamo la rete, alla ricerca di opinioni “più fresche”.

Tra i commenti (in larga parte negativi) del pubblico e della critica, leggiamo: occasione mancata; troppo ambizioso; azzardata mescolanza di ragione e sentimento; disequilibrio tra rigore kubrickiano e semplicismo spielberghiano; sceneggiatura lacunosa; troppe nozioni scientifiche da assimilare; troppe risposte a interrogativi che probabilmente meritavano di essere lasciati in sospeso; colonna sonora pomposa e onnipresente; compiaciuto autocitazionismo (vedi il mondo alla rovescia riciclato da Inception). E poi… era proprio necessaria la scena di Jessica Chastain che corre gridando “Eureka!”?! Siamo a digiuno di posizioni chiare, e accettiamo tutto.

Poi però ripensiamo a quella straordinaria sequenza in cui lo shuttle penetra la superficie convessa del wormhole; al pianeta composto interamente di acqua e ai suoi marosi alti quanto grattacieli; alle architetture escheriane del limbo pentadimensionale. Ci viene la pelle d’oca. Davanti a noi c’è solo il film. Non un cadavere da sottoporre a un’autopsia, ma un organismo ancora vivo, pulsante. Qualcosa su cui è impossibile elaborare un giudizio globale, a posteriori, ma che va assaporato nei suoi singoli “attimi”. Niente da confermare, o da tradire. Nessuna pietra miliare da aggiungere lungo l’autostrada della Storia del Cinema. Noi siamo lì, come bambini, estasiati, rapiti dalla magia che si sprigiona dallo schermo, come davanti a un buon pasto cucinato per noi da chi ci vuol bene. E questo basta a farci sentire in pace con il mondo.

LA POLENTA TARAGNA.
La Storia della polenta è intimamente connessa alla Storia dell’uomo. Essa costituisce forse la sua primissima fonte di sostentamento (non è un caso quindi che Nolan l’abbia scelta come l’ultimissima!). Gli uomini primitivi si alimentavano con cereali che usavano macinare grossolanamente tra due pietre e cuocere in acqua bollente. Così fecero i babilonesi, gli assiri e gli egiziani. In epoca romana la polenta era chiamata con un nome molto simile al nostro: puls.
Essa era fatta con un cereale simile al grano, più duro: il farro, che macinato e cotto, dava una polentina molle, che veniva servita con formaggi e carni varie. Solo con la scoperta dell’America, e quindi del mais, il binomio polenta e mais divenne indissolubile fino ai giorni nostri. Molto diffusa tra le popolazioni di montagna dell’Italia Settentrionale, è il piatto ideale da consumare durante una gelida serata invernale.

Ingredienti.
Acqua, 100 g di farina di fraina, 300 g di farina gialla, 200 g di bagoss (formaggio morbido) 100 g di puina (ricotta), 150 g di burro, sale.

Preparazione.
Portare a ebollizione in un paiolo di rame l’acqua salata con una noce di burro. Versare le due farine a pioggia nell’acqua mescolando con un mestolo di legno. Quando inizia a rapprendere, aggiungere il burro e cuocere a fuoco lento per almeno un’ora mescolando quasi in continuazione dal basso verso l’alto. Quando la farina risulta cotta, amalgamare il formaggio tagliato a fettine larghe e sottili. Mescolare bene e servire caldissima.

Curiosità.
La polenta taragna è una ricetta tipica della cucina valtellinese e di Lecco, ma è molto conosciuta anche inVal Camonica, nel Bresciano, nel Bergamasco e in Val d’Aosta. Il suo nome deriva dal tarai (“tarell”), un lungo bastone usato per mescolarla all’interno del paiolo di rame in cui viene preparata. Come altre polente della montagna lombarda (ad esempio la pulénta vüncia, polenta uncia cioè unta), è preparata con una miscela contenente farina di grano saraceno, che le conferisce il tipico colore scuro. Taragna deriva da tarare, mischiare: infatti, durante la cottura è necessario “tarare” la polenta di continuo per evitare che attacchi sul fondo del recipiente.

Vini d’accompagnamento.
Amarone, Valtellina Superiore

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By martinadabbondanza in Interviste