Racconti Spaziani – In Studio Con I Dead Shrimp

Una cosa che mi ha sempre affascinato, del giornalismo musicale, sono i retroscena.
Non la critica: sono pieno di pregiudizi, so che ascolto più o meno sempre le stesse cose e che quando me ne piace una la totalizzo.
È il top, e non c’è altro.
Quindi non potrei mai fare recensioni. Ci ho provato un paio di volte e mi son fatto ridere da solo. O mi piace o non ne scrivo.
E così ho sempre pensato che viversi un passione fosse a miglior cosa da fare. Vedere e sentire, toccare con mano (nei limiti del penale) ciò che mi piace è un lusso che pochi possono permettersi, e che io mi son potuto permettere.
Per questo da un po’ di anni, grazie a Le Cool e ad una faccia come il culo che di solito non ho, sono riuscito ad intervistare e a passare del tempo con alcuni dei musicisti ed artisti che ho scoperto ed amato fin da subito. Una fortuna ed un onore veri, stare a cena con Kento e tutto il collettivo dei Voodoo Brothers. O intervistare per la prima volta i Bud Spencer Blues Explosion nel loro camerino all’Orion, insieme al mio migliore amico seduto sul divano in mezzo a Cesare col suo classico cappellino, ed Adriano inseparabile dalla sua chitarra. La divertentissima intervista ad Emanuela Fanelli, e quella seria ad Ivan Silvestrini.
Insomma, di soddisfazioni me ne son tolte.
E poco tempo fa, me ne son tolto una gigantesca, e cioè passare una giornata in studio di registrazione con i Dead Shrimp, nella prima sessione d’incisione del loro secondo disco.
Per chi non li conoscesse, sono tre ragazzacci che rispondono al nome di Segio De Felice alla voce, Alessio Magliocchetti Lombi alla chitarra e Gianluca Giannasso alla batteria. Ne avevo parlato qui in occasione del loro concerto alla decima edizione del Mojo Station Blues Festival, che bisseranno proprio questo Sabato all’undicesima edizione, questa volta in quel gran posto che è il Monk Club.

Dopo due chiacchiere con Alessio nei giorni precedenti, ci diamo appuntamento all’Abbey Rocchi, uno studio di registrazione favoloso in zona Pietralata, che li ospiterà da quella Domenica a Martedì.
Arrivo che hanno appena finito di sistemare tutto il set, e si stanno prendendo una meritata pausa. Tra panini con la porchetta e video dei The Jackal, ci si gode la prima giornata veramente calda dell’anno, con l’Aniene a due passi ed una bella vista.
Non c’è ghiaccio da rompere, perché tutti mi fanno sentire a casa. Loro tre sono una forza della natura, dalla follia di Gianluca alla calma di Alessio, passando per la pazza tranquillità di Sergio. Anche tutti gli altri, da Gianluca Durante, uno dei fondatori di Got My Mojo Working, vero e proprio laboratorio di amplificatori fatti a mano di cui parlerò più avanti, fino a Daniele Zazza, timoniere di manopole e leve e tutte quelle cose tecniche e magiche ed a me misteriose come che diamine di fine ha fatto, alla fine, Carmen Sandiego.

Il clima è rilassato, insomma.
Io che mi aspettavo facce serie e nervi tesi, mi trovo davanti un gruppo di persone pronte a lavorare con ciò che più amano: la musica.
Entro nello studio, un enorme capannone diviso in tre parti principali: l’entrata, dove dominano poster dei Beatles e dei Led Zeppelin e dei Kraftwerk, sormontato da un soppalco dove delle casse Marshall non aspettano altro che essere usate. Poi c’è la sala comandi, alla quale si arriva salendo delle scale: due divani, la scrivania con la consolle che solo dio (o Daniele, in questo caso) sa come si gestisce, una libreria piena di libri sulla musica che se avessi tre vite leggerei tutti. Alcuni cd registrati all’Abbey Rocchi sono poggiati su di una vetrata enorme, dalla quale si vede la terza sezione dello studio, il cuore pulsante di tutto quanto: due batterie (una delle quali protetta da pannelli in plexiglass, messi per far suonare poi Gianluca), xilofoni, due altre piccole sale (una per la chitarra di Alessio, l’altra per la voce di Sergio), cavi ovunque, casse, tamburelli, ovviamente un pianoforte, ed i bellissimi amplificatori di Got My Mojo Working. Tutti pezzi unici, fatti a mano sin dal più piccolo componente. C’è quello costruito dentro una valigia con le etichette dei viaggi attaccate fuori, e quello con la foto d’epoca di un bluesman con la sua chitarra. Faccio due chiacchiere con Gianluca, che mi spiega come si vada a cercare le valigie nei mercatini, e di come siano poi rivestite con materiale pregiato, come la pelle dei sedili di una 500 originale. Ogni musicista, quando gli commissiona un ampli, è invitato a provarlo in fase di assemblaggio, per un suono che sarà suo, e solo suo.
Un altro pianeta.

Iniziano le prove.
Si chiudono le doppie porte.
Daniele comunica con i Gamberi con un microfono. Dopo essersi assicurati che tutti lo possano sentire, cala il silenzio. Non c’è nemmeno un ronzio. Uno dei silenzi più assoluti che abbia mai «sentito». Qualcuno, me compreso, nemmeno respira, per non rovinarlo.
Poi parte la chitarra, segue la batteria e poco dopo la voce.
Mi emoziono.
Sto ascoltando per la prima volta, prima di tantissimi altri, le nuove canzoni dei Dead Shrimp.
La traccia mi piace subito: sembra il seguito naturale del primo omonimo disco, quasi come se non fosse mai passato un giorno dall’ultima traccia, «Kokomo Blues».
Quando finisce, passano alcuni secondi e Daniele preme la barra spaziatrice.
E il tempo ricomincia a scorrere.
Piace, ma c’è ancora qualcosa da sistemare.
Si ricomincia.
Da neofita, per un attimo penso che mi annoierò, se sarà sempre così. Che nel mio mondo di orsacchiotti rosa entusiasti i dischi si registrano alla prima botta, traccia dopo traccia. Quando capisco che invece la registrazione di un disco è fatta di pazienza, pause e di nuovo tanta pazienza, mi immagino addormentato sul divano dove sono seduto.
Ma non è così.
Sentire le stesse tracce, apprezzarle una dopo l’altra, assistere all’ascolto da parte di chi l’ha appena suonata e vederli concentrati è bellissimo. Né più né meno che assistere ad un pittore pensare alla prossima pennellata mentre fissa la tela, o ad un artigiano che osserva con attenzione l’intaglio appena fatto sul legno. Ognuno ascolta il proprio strumento, sentendone i difetti ed apprezzandone i pregi, registrazione dopo registrazione.
Il momento, come diceva il grande poeta Oreglio, è catartico.
È un continuo andare e venire dalla sala comandi allo studio, con i Gamberi che suonano con una sintonia rara e poi salgono per ascoltare il risultato.
Le tracce che ho la fortuna di ascoltare, tre in tutto, sono fantastiche.
Alessio non perde d’orecchio un secondo la sua chitarra, mentre Gianluca porta a spasso tutti e tre con il ritmo della sua batteria. Sergio, va beh Sergio è una delle migliori voci italiane in circolazione, capace in una traccia di darti due cazzotti in faccia mentre ti bacia il cuore.

Nel mezzo, la follia, il divertimento: nella pause posso scendere in sala per fare due foto e piangere dentro per la bellezza della situazione.
Mentre Alessio accorda la sua chitarra e ne prova il suono con un ampli della Mojo, due bambini di nome Sergio e Gianluca danno sfogo alla loro creatività iniziando jam session piano batteria, o doppia batteria, basso e chitarra. Parte una «Sweet Child O’ Mine», poi un’imitazione di Ray Charles (o Stevie Wonder, fate voi, alla cieca). Alessio ogni tanto li redarguisce, ma subito dopo aver abbassato il capo come un bambino beccato a sfogliare un catalogo di intimo, appena si gira ricominciano, come se due batterie suonate insieme non attirassero l’attenzione.
Io mi diverto tantissimo, ed è molto probabile che il bambino sia io, in quel momento.

La giornata passa tra momenti intensi e faticosi ad attimi di svago ed aggiustamento del tutto.
Intorno c’è un’atmosfera genuina, passionale, di persone che in un modo o nell’altro sono lì per amore, e non solo per lavoro.
Me ne devo andare, e non vorrei.
Aspetto che finiscano di sentire una registrazione, li osservo mentre chi a occhi chiusi e chi seduto sul divano, ascolta.
Li saluto abbracciandoli. Mi ringraziano. Io ringrazio loro. C’è chi accenna un «graziarcà».
Ci promettiamo che non sarà l’unica volta, da qui all’uscita dell’album prevista per questo autunno. Io, più che prometterglielo, lo minaccio.
«Allora poi intervista. E poi concerti. Tanto tramite una triangolazione Facebook-GPS-Pinterest so dove abitate, quindi verrò a cena in modo alternato da ognuno di voi per i prossimi sei mesi».

Sorrido, mentre esco dalla porta e loro entrano in quella doppia dello studio.

Fuori è buio. È umido. Ho finito i filtrini. Devo farmi un’ora di mezzi.

E sono contentissimo.

 

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