Bunda Move – Go Funk Yourself

Tre anni fa andai a vedermi il Reggae Circus di Adriano Bono al (fu) Rising Love.
Era ancora periodo di doppie sbronze nel weekend, che «c’avevo er fisico» e la disoccupazione, quindi era tutta discesa.
In apertura salgono questi (all’epoca sei, se non sbaglio) ragazzacci salentini armati di fiati e batteria e corde e si misero a fare un funkasino micidiale. Scopro che rispondono al nome di «Bunda Move». E che spaccano tantissimo.

Quelle che ho sempre chiamato cover, ma che loro più correttamente chiamano remake, mi fulminarono. Da «Money» dei Pink Floyd a «Smooth Criminal» di MJ, passando per «Roadhouse Blues» dei Doors fino a “Bulls on Parade” dei Rage. Rimasi talmente colpito che riuscii persino a ballare, io che di solito la bella musica la ascolto fermo come un cactus nel deserto.

Ancora non collaboravo con Le Cool Roma (ma il famoso caffè sulla Nomentana con Luca l’avrei preso da lì nemmeno un mese), ma oltre al mio blog avevo un mio piccolo angolo di serietà (che controllando ora avevo aperto proprio il giorno prima, coincidence) in cui volevo pubblicare un’intervista con loro. Sarebbe stata la prima, ma per questione logistiche non si concretizzò.

L’anno scorso vide un altro loro live a Tricase, dove tiraron giù muri in pietra leccese ed olive con i loro remake, compreso un «Backstreet’s Back» letteralmente da paura.

E finisce che niente, dopo tre anni e due album e mille concerti in Italia e non solo, me li ritrovo a suonare dietro casa mia al Contestaccio. Potevo non incastrarli per farmi finalmente una chiacchiaerata con loro?

Ovviamente sì, purtroppo per loro no.
E quindi mi porto dietro l’amica Giulia(date un’occhiata al suo blog, che a breve ricomincia a tirar giù ricette e iastime varie) e ci fiondiamo al locale sul presto.

Entriamo che sono a metà soundcheck, e ne approfittiamo per acchiapparci due sgabelli ed altrettanti bicchieri di Gewurztraminer (grazie Google).
Suonano. Sanno suonare. Si divertono a farlo. S’incastrano che nemmeno un puzzle 1000×1000. Muovo a tempo le dita di tutti e quattro gli arti, che si fermano quando la musica si ferma per alzare o abbassare il livello di qualcuno, e che ricomincio ad agitare appena riparte tutto.

Ok. Pare che sia tutto ben settato e pronto. I ragazzi scendono e subito incrocio lo sguardo di Gabriele, che nei Bunda Move suona (egragiamente, come ognuno di loro il proprio strumento) la tromba, e ci riconosciamo. Cioè, lui riconosce me, che io lo sapevo che si chiamava Gabriele e che suonava la tromba, visto che me lo aveva scritto quando li ho contattati. Partivo avvantaggiato, ecco.

Ci salutiamo e ci troviamo con tutto il resto della ciurma fuori dal Contestaccio, dove dopo le dovute presentazioni seguite dalle dovute amnesie per quanto riguarda i loro nomi, ci sediamo tra un altro bicchiere di bianco e qualche sigaretta.

Sul taccuino, come per tutte le altre interviste che ho fatto, prima di qualche domanda buttata giù per far finta di essere serio troneggia la scritta «PRESENTATI!», punto esclamativo compreso, ché ogni volta sembro un matto di quelli che ti attaccano bottone sui cantieri a Roma e su quanto si stava meglio quando si stava peggio. E mi presento, sembrando comunque un matto.

Tutto a posto.

Iniziamo a parlare di come è nato il progetto partendo dal 2009, quando si forma per la prima volta la vera e propria band. Alcuni di loro suonavano già insieme, collaborando anche con Roy Paci & Aretuska ed i Boomdabash. La formazione è quindi ska e reggae, che i Bunda iniziano uniscono sotto il sacro altare del funk per buttar giù palchi e persone.
Gli chiedo come mai le cover e subito mi correggono: come li chiamano loro, sono Remake. Ed è vero: prendono un pezzo della canzone che spesso viene ripetuto, ma in mezzo ci mettono tempeste di percussioni e bassi e tastiere per tracce che durano più della media ma che quando ti trovi lì a sentirli vorresti non finissero mai. Ti prendono per i piedi e come Hulk ti sbattono a destra e sinistra.

Il primo disco (“Da Funk Machine”, 2011) è proprio questo: una serie di remake splendidi, suonati perfettamente e senza un secondo di pausa.

Da lì i Bunda non si fermano più, nel vero senso della parola: partono per dei live e diventano inarrestabili, coinvolgono pubblico e critica e ci prendono gusto, fino ad arrivare al secondo disco (“Connection”, 2013), dove entra in gioco anche Cico, già MC di Roy Pacy. Quello che esce fuori è un disco funk con più influenze reggae e ska rispetto al primo. Il primo singolo del disco, “Sexy Voodoo Party” è la prova definitiva che i ragazzi son forti, e non scherzano. Tant’è che collaborano con i Sud Sound System ed arrivano, meritatamente, a calcare il palco dello Sziget.

Mi fermo a pensare un secondo, mentre scrivo: ma che è tutta ‘sta serietà qui? Adesso dico eh, non con loro. Penso che si sono annoiati pure loro, a leggere.
E allora passiamo alla parte divertente.

Ovviamente gli chiedo i famosi pro e contro di Roma e, mentre un contro è forse la miglior risposta che mi sia stata data in parecchie interviste (“Roma è una metropoli del centro Italia con tutti i problemi di una città del Sud”) insieme al fatto che, per suonare pagano sempre poco, i pro sono l’offerta culturale, ed il cibo: mi sottolineano la bontà dell’abbacchio e della coda alla vaccinara. Chiedo se nello stesso piatto e, nonostante la pesantezza che ne deriverebbe, nessuno rifiuta totalmente l’idea.

Ma i ragazzi son Salentini, mica fuffa. E siccome io un po’ Salentino mi ci sento, e conosco i miei pro e contro di giù, li chiedo a loro. Si parte dall’offerta molto più ampia e varia, soprattutto l’estate che racchiude un altro pro, e cioè che il pubblico coinvolto viene da tutta Italia, e quindi la diffusione della musica è ampia e viene portata in giro. Di contro, ogni concerto che devono fare fuori, dal Salento, è un viaggio vero e proprio. Per il concerto al Contestaccio, per esempio, sono venuti apposta ed il giorno dopo ripartono alla volta di Taranto. Di certo non una passeggiata.
Un altro contro, ma questo più generale, è che le groupie non esistono più. Io, da non musicista, immagino sempre band circondate da ragazze urlanti che si tengono le tette in mano implorando un autografo, un bacio ed offrendo sesso orale “all you can suck”. No, mi smontano subito: le groupie non esistono più.
Un sogno infranto, il mio.

Prima di spostarci dentro per mangiare, gli chiedo di dirmi una cazzata. Qualunque cosa.
E mi dicono “Dio creò il Kung. E Kung Fu”.

Li amo.

Ci spostiamo a cena, e mentre mi scatafrombolo una bella bistecca al sangue continuiamo a chiacchierare.

Esce fuori che quando sono a Roma vanno (andavano) spesso all’Angelo ed a me e Giulia, che ci abbiamo lavorato, s’apre il cuore. Scopriamo che quel pezzo d’uomo di Bob Angelini ha prodotto il loro primo disco, e che hanno passato una serata incredibile proprio lì a Caracalla insieme al produttore degli U2, al quale hanno pagato il taxi perché praticamente incapace di intendere e di volere.

Ah, in finale, così, en passant, mentre si parlava delle differenze di inizio concerti Italia vs. Resto del Mondo, i ragazzi qui se ne escono che a Londra hanno suonato prima di Norah Jones.
Così, i famosi e romanissimi spicci.

Il concerto è una bomba a mano, a grappolo e con la crema.
Non si fermano per un secondo, fanno ballare tutti (io muovevo il piede, che ormai son vecchio), parte anche un pogo verso la fine con tutti i crismi: sudore, spallate, cadute ma soprattutto gente allegra. Divertita.
Come loro sul palco.

Sapete perché ci tenevo, a parlarvi di loro?
Perché sono un gruppo che si diverte un sacco, che nonostante l’età bassissima suona bene e lo ha fatto con alcuni dei migliori esponenti italiani in circolazione. Si fanno voler bene, coinvolgono il pubblico, persino il “mani a tempo!” non è mai, nemmeno una volta, imbarazzante come di solito è.
Lo fai, vai a tempo, ti perdi e ti ritrovi, ti giri e rigiri e loro lì, a suonare come matti. Per loro, e per chi sta lì sotto.

Io, fossi in voi, li terrei d’occhio, che questi è un attimo che ce li troviamo in giro per il mondo.
Poi non dite che quando si poteva, ve li siete persi.

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By martinadabbondanza in Interviste



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