Martina Galletta

Ciao Martina, come stai? Che ci racconti di bello?
Ciao!
Ho appena posato la valigia, sto ascoltando musica classica, sono stanca ma decisamente felice!
Torno da Napoli, dove ho visto “Qualcuno volò sul nido del Cuculo”, per la regia di Alessandro Gassmann al teatro Bellini di Napoli. Testo e attori meravigliosi. E’ stata una vera gioia poter assistere (tra l’altro insieme ad altri seicentocinquanta spettatori) a un bell’esempio di teatro vivo e concreto. Una boccata d’ossigeno in questo mondo congestionato dalla mancanza di stimoli, di lavoro, di meritocrazia.
Ad ogni modo, faccio il lavoro che amo, vivo con la persona che amo, decisamente non mi posso lamentare!

Sei un’attrice (bravissima aggiungo io che ho avuto modo di vederti esibire). Quando hai capito che non avresti potuto fare altro nella vita?
Innanzitutto ti ringrazio tantissimo!
So che mi hai visto in “Dignità Autonome di Prostituzione” di Luciano Melchionna, nel monologo “diopuntointerrogativo”.
Sapessi quanto amo quel monologo, è un testo che passa bruscamente dal comico al drammatico, che mi coinvolge moltissimo emotivamente, che mi spaventa quasi per la sua forza espressiva.
E infatti ogni volta che sto per cominciare penso sinceramente “Non ce la farò mai!”
Poi guardo negli occhi le persone che mi ascoltano e trovo in loro la forza, le motivazioni, il coraggio. Credo che questa sia la base del nostro lavoro: la comunicazione. Nella sua accezione più elevata e profonda. Non è questione di tecnica, di “bravura”, di narcisismo. Il nostro lavoro, la nostra arte si fonda sulla cultura, sul rapporto strettissimo tra la società e l’individuo.
Ho cominciato veramente prestissimo a stare in scena.
Prima con la musica, mio nonno era un musicista straordinario che mi ha indirizzato al canto lirico e allo studio del pianoforte, poi a quattordici anni mi sono avvicinata al teatro e ho scoperto la mia vera passione/vocazione/ossessione.
Appena finito il liceo sono entrata alla Scuola d’arte Drammatica Paolo Grassi, ed è lì che ho iniziato il mio percorso in modo più reale, scontrandomi anche con le difficoltà di questo mondo.
Durante il primo anno ero completamente nel panico, erano tutti più grandi di me, con molta più esperienza, più cultura, più spessore. E’ stata una grande scuola di umiltà, che mi ha scardinato dal profondo, lasciandomi completamente in balia delle mie insicurezze. Ma è da questo punto che ho iniziato ad imparare.
E poi ho cominciato a lavorare, al secondo anno al teatro dell’Elfo, interpretando Anna in Happy Family, regia di Alessandro Genovesi. Da quel momento è iniziato il mio percorso lavorativo.
Ma per tornare alla tua domanda, ho capito che non avrei potuto fare altro da sempre, da quando ero bambina.
Una bella fortuna, no?
E ogni volta che il dubbio di aver sbagliato mi assilla mi appiglio agli insegnamenti dei miei maestri: Anatolij Vasiliev, Alessio Nardin, Alessio Bergamo, Luciano Melchionna, Marcello Cotugno, Lluis Pasqual…

Qual è in assoluto lo spettacolo che più ti ha intimorito nella sua preparazione?
In realtà sono stati due gli spettacoli a mettermi completamente in crisi: il primo è “Donna Rosita Nubile”, al Piccolo Teatro di Milano. Io ero davvero giovanissima, avevo appena compiuto 21 anni. Al provino avevo parlato e recitato con l’assistente di Lluis Pasqual credendo che fosse lui il regista, mentre Lluis era rimasto in disparte su una sedia tutto il tempo a osservarmi!
Nel cast c’erano tutti i mostri sacri del teatro italiano: Giulia Lazzarini, Andrea Jonasson, Franca Nuti, Giancarlo Dettori, Rosalina Neri, Franco Sangermano. Quando i dissero che Lluis mi aveva preso per un ruolo, ho seriamente rischiato di sentirmi male.
Poi la sua immensa bravura e il talento assoluto dei miei colleghi, unito alla bellezza del Piccolo Teatro, l’hanno resa un’esperienza unica e straordinaria, e dopo circa un anno di tournée mi è persino passata la paura!!!
L’altro spettacolo che mi ha messo in seria difficoltà è stato “La prostituzione raccontata al mio omeopata”, scritto da una mia amica drammaturga che per un anno ha affiancato i volontari che assistono le ragazze che si prostituiscono in strada. Ne è emerso un potentissimo testo teatrale interpretato da tre mie colleghe e da me, che ha girato per diversi anni in vari teatri e festival.
La preparazione di quello spettacolo è stato per me un momento di passaggio importantissimo: sia perché mi ha permesso di conoscere le mie colleghe, che sono ora le mie più care amiche/sorelle (e le voglio citare una per una perché sono attrici e persone straordinarie: Nastassia Calia, Gabriella Italiano, Alice Protto e l’autrice Laura Tassi), sia perché è stata una sfida difficilissima riuscire a trasmettere col più grande rispetto possibile le parole e i sentimenti delle “ragazze”. Perché quelle parole, quei sentimenti, erano VERI, erano cose appena successe, cose tra l’altro atroci accadute in un mondo vicinissimo a noi, ma al contempo lontano anni luce.
Io concludevo lo spettacolo con il monologo di una ragazza nigeriana, una preghiera innocente che piano piano si trasforma fino a diventare una spaventosa bestemmia, una lacerante richiesta di aiuto.
Ogni sera lo affrontavo come se fosse l’ultima cosa che facevo.

Se dovessi paragonarti per indole e carattere a una protagonista di un’opera teatrale (di qualsiasi epoca) a chi penseresti? Perché?
Che domanda difficile… Così a caldo ti rispondo che mi sento molto vicina ad alcuni personaggi femminili di Neil LaBute, ad esempio Bobbi, che interpreto nello spettacolo Some Girl(s) con la regia di Marcello Cotugno, ma soprattutto in Evelyn, spietata “scultrice” de “La forma delle cose”. Mi ritrovo molto nella scrittura e nello stile di LaBute e in particolare in queste due figure di donna, una ironica e sincera, l’altra lucidamente crudele. In più il linguaggio di LaBute, così vicino a noi e al contempo così difficile da restituire senza banalizzarlo, è una meravigliosa sfida continua.
E se devo fare appello al mio lato più folle, sono rimasta legatissima al personaggio di Dai Chi, una sorta di “Puck” shakespeariano dello spettacolo Todo di Rafael Spregelburd, una ragazza/folletto che si finge coreana ma in realtà parla solo attraverso le parolacce. Eppure è tramite lei che tutte le vere follie delle “persone normali” vengono evidenziate. Un personaggio divertentissimo da interpretare, e scritto in modo geniale. Trovo che questi due esempi mi rappresentino molto: da un lato una femminilità e una forza legata alla parola, all’analisi del mondo e delle relazioni, alla disillusione amara, dall’altra un forte rapporto col gioco, con l’ironia, con il corpo, con il grottesco.

In un tempo così difficile per il teatro e lo spettacolo in generale hai mai pensato di mollare e scegliere un’altra strada?
NO!!!!!!!!!! Non potrei! Ho dedicato la mia vita a formarmi e studiare per diventare attrice e faccio questo mestiere da sette anni, da quando mi sono diplomata alla Paolo Grassi. Fa parte di me, anche se non è un lavoro facile. E’ veramente complesso costruirsi una “carriera”, è come se finito ogni spettacolo si dovesse ricominciare tutto daccapo. Bisogna lottare per ogni contratto, per ogni aumento di paga, per ogni provino. E sto parlando solo dell’aspetto pratico ed economico, che è il meno…
Per fortuna esistono ancora alcune realtà come il Teatro Bellini di Napoli, diretto dai fratelli Russo, che mi ha permesso di avere una continuità lavorativa e artistica, di girare l’Italia in tournée e di recitare in molti spettacoli meravigliosi. Quando c’è questo approccio di fiducia e meritocrazia i giovani artisti possono trovare il loro spazio e crescere. Questi teatri e queste gestioni vanno difese e tutelate, sono un patrimonio per il nostro paese.
Comunque no. Non voglio mollare. Sono cresciuta facendo teatro. Il teatro è la mia vita.

Sei tentata dal mondo cinematografico? Ti piacerebbe approfondire il grande e piccolo schermo o resteresti sul palcoscenico?
Ho già debuttato nel mondo del cinema: con Roberta Torre nel film “I baci mai dati”, a ventidue anni.
Un’esperienza pazzesca, per cui non la ringrazierò mai abbastanza. Non avevo mai recitato davanti ad una telecamera e non avevo idea di come usare la voce. Quando ho detto la prima battuta penso di aver spaccato un timpano al fonico!
Interpretavo una ragazza non vedente ed ero molto preoccupata della verosimiglianza dei miei movimenti, ma sotto la guida di Roberta (nel vero senso della parola, dato che indossavo delle lenti a contatto bianche per simulare la cataratta che mi rendevano realmente cieca!) sono riuscita a familiarizzare con questa particolarissima e durissima condizione.
Il film ha partecipato al Festival di Venezia, nella sezione Controcampo, e non credo che riuscirei a descriverti l’emozione che ho provato quando abbiamo percorso il Red Carpet, o quando ho visto per la prima volta il mio viso sul grande schermo. Tutt’ora, quando ci ripenso, mi sembra irreale.
O quando siamo andati ad assistere alla proiezione del film a Cannes e la sera mi sono trovata ad un’aperitivo con Jude Law e a cena di fianco a Adrien Brody. Non so bene cosa ho detto quella sera, o in che lingua. Speriamo bene…
Anche il piccolo schermo mi ha fatto l’onore di annoverarmi tra i suoi attori: ho recitato in Bye Bye Cinderella, una sit-com di La5 e in “Un passo dal Cielo 3″.
Ma la mia vita rimane il Teatro, finché mi vorrà, ovviamente.

Non sei nata a Roma ma dicci comunque una cosa che ami e una che odi di questa città!
Sono venuta a Roma per amore e devo dire che questo amore viene ricambiato ogni giorno. Ecco cosa adoro di questa città: che quando esci di casa ti salutano tutti, il barista del locale di fianco a casa sa il mio nome e che mi piace fare il pane fatto in casa, il fruttivendolo mi consiglia su come cucinare gli agretti, il tabaccaio è un po’ dispiaciuto che abbia smesso di fumare ma è sempre gentilissimo pure lui. E’ una città vera, concreta, amichevole, che non ti fa sentire solo.
Certo, le distanze sono praticamente insormontabili… Non che io odi questo aspetto, ma se dovessi trovarle un difetto è questo: è grande. E’ veramente troppo grande. E i mezzi pubblici sono così così… E vabbè. Più tempo per leggere!

Sogni nel cassetto, progetti futuri…
Il mio sogno più grande è sempre stato quello di poter continuare a vivere del mio lavoro, dignitosamente e senza compromessi. Non me ne frega niente di diventare famosa. Vorrei continuare a far parte di questo mondo di cultura e di umanità, continuando a imparare e dando tutto ciò che potrò dare.

intervista di Cecilia Spano
foto di Stefano Delìa

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