MODERAT 29/04/2016

Ieri sera a Spazio900 a Roma, ho capito che la musica elettronica è uno dei generi meno compresi che esistano. Pochi ascoltatori sanno che cos’è ed è anche difficile definirla.

La “electronic music” è uno dei pochi generi che si può creare, registrare, “missare” e masterizzare completamente da casa tua, infatti, la maggioranza degli artisti del genere sono una persona sola, “uno Stanley Kubrik” che trovi spesso nascosto dietro qualche computer e macchinari vari in live.

Eppure c’era un tempo in cui musica elettronica non era sinonimo di Rave, non era sinonimo di droghe sintetiche, di pogo gratuito, di DJ. Il clubbing e il pop si sono poi messi di mezzo e sono nati i vari Guetta, Sinclair, molto più vicini alla deephouse e alle serate Ibizenche.

Ecco perché Il sapiente connubio tra le poderose sonorità dei Modeselektor e la vocalità fragile e onirica di Sascha Ringaka Apparat sono ancora oggi progetto di musica elettronica di ampie vedute, capace di grandi cose.

Il pubblico eterogeneo di Spazio900 riesce in parte a spiegare il segreto del successo, ovvero la commistione con una musica Pop rivisitata. Una musica intelligente, coinvolgente, ricercata. Ci si muove su un tappeto sonoro fortemente sintetico in cui i pattern ritmici si inseriscono senza mai concedersi il lusso di lasciarsi andare ad una banalizzazione dance. Le derive sono molteplici, come le sfumature.

La forza dello stile dei Moderat risiede in un energico amalgama di techno minimale, Idm e indietronica che, nei migliori dei casi, li ha portati alla creazione di piccoli capolavori come “Rusty Nails” e “A New Error” o, anche, alla bellezza eterea e immaginifica di “Out Of Sight”. In “III”, per la prima volta, non assistiamo al miracolo: non v’è un pezzo che si erge sopra gli altri, che destabilizza, capace di far venire la pelle d’oca. La maggior parte dei brani scivola via senza lasciare il segno, subendo il fascino demoniaco del POP da Club che sta ha ormai invaso lo scenario elettronico.

Così, tra melodie dolciastre, atmosfere che oscillano tra chill out e umori da club sostenuti da drop vigorosi, voce filtrata dal vocoder, qualche sample e glitchismi di sorta qua e là, il concerto scorre velocemente, lasciando poco tempo per riflettere e per affezionarsi a una o un’altra canzone. Tutto è diventato pulito, fin troppo. La dimensione urban, tipica del sottosuolo berlinese in cui i tre da sempre si muovono, si è in qualche modo mitigata e se ne trova traccia saltuariamente.

Un lavoro maturo e compatto, che non regge però il confronto con una “Seamonkey”, né al primo né al millesimo ascolto. Purtroppo non si può dire la stessa cosa di una “Eating Hooks” o di una “Reminder”, per esempio, che rimandano a cose già sentite altrove, e forse anche con risultati migliori.

Valentino Cuzzeri

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By martinadabbondanza in Interviste