Qui non è Hollywood #11

Michela: Sei venuto qui perché avevi bisogno di noi
Stefano: Sì… ma non di tutti insieme…

 

Lo sport.
Quello sano, genuino, simbolo di lealtà e correttezza.
Nello specifico, il calcio: spesso metafora della vita più di quanto riusciamo a credere (lo diceva anche Sartre). E’ sempre stato magnetico.
O almeno era così. Ora è un simbolo di moda. Una moda fatta di tagli di capelli coatti e foto truzze su instagram.
Ma stare qui a riflettere sulla trasformazione che ha subito nel mondo moderno è un po’ come mettersi a spalmare l’Autan alle zanzare. E mi fa sentire tremendamente vecchio.

Ciò che invece mi lega a questo sport sono i bei ricordi, la speranza che le cose possano cambiare ma soprattutto gli amici, con cui condivido questa passione e i valori già citati.
E ogni volta tutti questi pensieri prepotentemente emergono, soprattutto poco prima di un match importante, per la gioia delle nostre consorti.
Ore e ore ad arrovellarci, a pensare, a convincerci che gettando il cuore oltre l’ostacolo si possa arrivare all’obiettivo, anche seguendo il sentiero più impervio e disastrato.
Discorsi scaramantici, la sensazione che le cose non possano sempre girare male, anche per la legge dei grandi numeri. Il fantasma di Brandon Lee che appare bisbigliandoci all’orecchio “Non può piovere per sempre”. Visioni mistiche di Aragorn che ci ricorda che “ci sarà un giorno in cui il coraggio degli uomini cederà, ma non è questo il giorno!”. Sì. L’orgoglio, la volontà e l’abnegazione ci porteranno in trionfo. Siamo pronti.

1-4.
Disfatta totale.

Ripensandoci un po’ ce lo aspettavamo.
E poco importa se nella strada del ritorno inizia a piovere e veniamo inondati dalla scia del taxi che ci sfreccia a pochi centimetri, con dentro Aragorn e Bruce Lee che all’asciutto si fanno beffa di noi:

“Non può piovere per sempre…a coglioniiiii!”

E in effetti un po’ coglioni ci sentiamo. Forse per aver illuso di nuovo noi stessi, credendo di poter trovare nella realtà un pizzico di quello in cui crediamo. Perché Sartre in fondo aveva ragione, il calcio è metafora della vita.
Le rotelle cominciano a girare, attivando un vorticoso pensiero nella mia testa, che alza prima le foglie, poi solleva auto, persone, interi palazzi.

“Non pensarci…”

Una voce amica interrompe il processo cognitivo, probabilmente accortasi del mio stato pensieroso.

“Grazie Fabiè, m’ero un attimo astratto e…”
“No no, dico il film…Non Pensarci, quello con Mastandrea e Battiston…l’hai visto? senti sta traccia…”

Sell your soul, and sell your human dignity…It’ll be a looooong, hard roooooooad

Quella che sembra essere la voce di Thom Yorke dei Radiohead, solo più dolente e sbilenca mi conquista. Eppure non è lui. Si tratta delle corde vocali di tale Alec “vattelappesca” Ounsworth e della sua band indie rock dal nome festaiolo Clap Your Hands Say Yeah. E per chi lo conosce, si sa, i gusti musicali del buon Fabio sono secondi solo al suo buon cuore.
Nel momento in cui a tale colonna sonora si associa anche un buon film, io vado in brodo di giuggiole, è inevitabile. E “Non Pensarci” risulta essere esattamente questo: una commedia agrodolce che parla di legami, lavoro, valori, bugie ma senza farci troppo la morale. Un piccolo spiraglio attraverso cui filtra la luce del sole, esempio di quel cinema italiano che vorresti vedere più spesso, accompagnato da tracce musicali prevalentemente indie rock, tutte da scoprire.
“Non Pensarci” è la storia della famiglia Nardini, di Stefano (Valerio Mastandrea) più nello specifico, chitarrista che vive e lavora nella Capitale, le cui aspirazioni e sogni si sono lentamente arenati, mentre la sua vita si trascina in un labirinto di procrastinazione e motivazioni mancanti. Nonostante l’apparente indifferenza mostrata di fronte al tradimento della compagna, Stefano decide di cercare rifugio nella serenità del nucleo familiare, tornando così a Rimini, sua città nativa, dove ancora vivono i suoi cari. Ma il nido sicuro che cercava si sta in realtà sgretolando rapidamente…
Fin qui una trama che forse sembra già vista: un protagonista che perde la via e cerca di ritrovare se stesso. Ma la pellicola del bravissimo Gianni Zanasi ci racconta molto di più. Non Pensarci ci mostra un quanto mai autentico spaccato della società moderna, con uno stile audio-visivo difficilmente catalogabile.

Come una farfalla che esce dalla sua crisalide, il film si spoglia di tutti i capi saldi della classica commediola italiana, puntando su un umorismo sottile, che quasi ci prende alla sprovvista quando si fonde con la linea malinconica dei personaggi.
Ad entrare nel mirino satirico del regista è la procrastinazione, la tendenza a nascondere i problemi sotto al tappeto, che siano in famiglia o al lavoro, a costo di mentire pur di salvaguardare la propria immagine e far finta che sia tutto ok. Per agganciarmi ad un grande film di Mathieu Kassovitz, è come la storia dell’uomo che cade da un palazzo di 50 piani che si ripete durante la caduta prima dell’impatto “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” . Ci si adorna di un’apparente normalità mentre all’interno i problemi logorano, come se il mantra “va tutto bene” possa aggiustare effettivamente le cose. Stefano, infatti, ben presto si rende conto che il quadretto familiare è interamente costruito su menzogne e che il dialogo familiare è pressoché inesistente.
La verità è al centro della narrazione, prima spasmodicamente ricercata, poi volutamente ignorata, come fa un bravissimo Giuseppe Battiston nei panni di Alberto, fratello maggiore di Stefano. Fragile e pieno di debiti, dopo aver perso la testa per Nadine, affascinante escort, decide di ignorarne il mestiere pur di essere felice.
La Rimini descritta da Zanasi è come se fosse pervasa da un’ assuefazione all’apparente normalità, dove ogni componente della famiglia Nardini preferisce rifugiarsi: Stefano invece è insofferente verso quella quotidianità illusoria, e prova a svegliare i suoi cari da questo torpore prima che sia troppo tardi.
Ma è solo una questione di tempo. E’ la calda voce dei Rialto con la loro “London Crawling” ad annunciare l’inevitabile resa dei conti, in una delle sequenze, a mio parere, più azzeccate del film: musica e immagini si mescolano, il sound dei Rialto (paurosamente ammiccante agli Smiths) acuisce il sentimentalismo, dilatando tempi e spazi, dando consistenza ad una catarsi, che è già in atto nei protagonisti.
Lo ammetto, sono rimasto davvero sorpreso. Aveva ragione il buon Fabio: la colonna sonora è da Serie A. Adoro inebetirmi fissando il vuoto (il mio hobby preferito dopo la depressione) mentre di sottofondo scorrono le note di “February Lullaby“, nata dal genio della stravagante band di Sassuolo dei Les Fauves (letteralmente “le fave”. Geni.). E se “Atomik Dog” dei Blackp suona troppo hard rock per i vostri gusti, potete sempre rifugiarvi nelle atmosfere sognanti create dal genio di Chopin (Op. 28 N°7). Senza trascurare i già citati Clap Your Hands Say Yeah, le cui due tracce “Let The Cool Goddess Rust Away” e “Over And Over Again” ci accompagnano a più riprese per tutto il film, ipnotizzandoci con la sgraziata voce del cantante Ounsworth, che amerete od odierete senza mezze misure.

“Ammazza se so orecchiabili Fabiè, grande!”

Ha smesso di piovere.
Passiamo davanti ad una balera dalla quale sentiamo provenire una musica allegrotta e spensierata. Un signore anziano col panciotto ci si avvicina con aria ansiosa e trepidante.

“Ma la Fiorentina ha vinto?”

Esitiamo incerti senza dire nulla.

“Sì sì, 2 a 1″. Risponde autoritario il mio amico Fabrizio.
“Evvai, ho vinto la schedina!!”

Lo guardo disorientato.

“Ma davvero alla fine hanno vinto?”
“Boh, ma che ne so?!”

Ridiamo, forse anche più del dovuto. Ma per un momento ci sentiamo davvero spensierati, come quando eravamo ragazzini. E per qualche secondo sembra davvero facile non pensare a questo pomeriggio.

 

AtomiK Dog – Blackp
Merci Miss Monroe – D
Hot Gossip – Stab City
Les Fauves – February Lullaby
Giuliano Taviani – Sofia
Rialto – London Crawling
Clap Your Hands Say Yeah – Let the Cool Goddess Rust Away
Clap Your Hands Say Yeah – Over and Over Again
Ivan Graziani – Agnese
Ronin – I’m Just Like you
Fryderyk Chopin – Op. 28 N°7
Fryderyk Chopin – Nocturne op.9 No.2

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By martinadabbondanza in Interviste