Qui non è Hollywood #17

“L’hai fatto…brutto figlio di puttana!”

L’ha detto uno stupito quanto ammirato Ian Malcolm nei confronti di Hammond dinanzi alla meraviglia dei dinosauri.
Lo dico io a Xavier Dolan di fronte alla sua ultima opera cinematografica. E aggiungerei anche un “di nuovo!” all’eiterazione.
Si, perchè questo ragazzetto Canadese di appena 27 anni aveva già fatto breccia nel mio cuore, come forse ricorderete, con quella che a mio giudizio rimane la sua opera migliore: Mommy.
Fare centro al primo colpo vuol dire essere bravi, farlo per due volte di fila? vuol dire essere predestinati.
Con “È solo la fine del mondo” il pischello si riconferma. E non solo, si riafferma, che a mio parere è cosa ancora più difficile. Molti registi più esperti di lui, forti di una pellicola di successo come “Mommy”, avrebbero puntato su tutti i punti di forza esaltati dalla critica per girare un nuovo film. Lui no. Lui ha la follia, ma soprattutto il genio di creare un film cercando nuovi spunti, nuove idee per dare linfa all’opera.
Saranno le 10 ore di fila che ho passato davanti al computer da stamattina che mi fanno dire questo, ma Dolan è la cura del cinema moderno. “È solo la fine del mondo” è emozioni forti, inaspettate, sviscerate in maniera autentica, facendoci sentire davvero presenti sulla scena.
Son tutti bravi a far scendere la lacrimuccia in sala con una storia strappalacrime. Poi però quando sei fuori dal cinema già pensi a dove diavolo hai parcheggiato la macchina, o ti chiedi “chissà com’è finita Atletico Bilbao-Sassuolo?”.
In “È solo la fine del mondo” no. In “È solo la fine del mondo” tutto il resto sparisce, e sei preda, inerme, di una sorta di catarsi: alla fine del film ti senti disorientato, fatichi ad alzarti dal posto (anche perchè vuoi goderti Natural Blues” di Moby) e ti chiedi se quel groppo che senti alla gola possa dipendere dal fatto che hai trattenuto il respiro per gli ultimi 20 minuti di film. E quando sei a casa, di fronte allo specchio con lo spazzolino tra i denti, pronto ad infilarti nel letto, sei ancora lì con la mente, a porti delle domande, a ipotizzare delle risposte, ma soprattutto a riflettere.
“È solo la fine del mondo” è il cinema che voglio, cazzo. E sia benedetta la punteggiatura.
La cosa che mi fa più male invece è che in una trentina di righe probabilmente ancora non ho catturato pienamente la vostra curiosità ed attenzione. Beh, Xavier Dolan in questo ci mette venti miserrimi secondi.
Siamo a bordo di un aereo. Primo piano sul protagonista, con la sua voce fuoricampo che ci spiega come stia facendo ritorno a casa dalla sua famiglia, da cui si era diviso dodici anni prima. Motivo del ritorno? è malato e vuole annunciare ai suoi cari l’ imminente morte. Bam.
Ok, in apparenza può sembrare una storia convenzionale e in qualche modo scontata, ma no. No.
Dolan prende l’opera teatrale di Jean-Luc Lagarce e come per la povera Cenerentola, le cuce addosso un abito splendido, magico, che ne risalta infinitamente la bellezza.
E la colonna sonora? parliamone. Qui Dolan fa una delle sue più grandi magie: generi diametralmente opposti si susseguono armoniosi, senza rispettare alcuna regola storico-temporale o artistica. I Blink 182 ci sussurrano in sottofondo “I Miss You”, ma poi il protagonista viene colto da un ricordo d’infanzia. E qui ci si aspetterebbe una suonata dolce e delicata, magari di pianoforte alla Einaudi, no? Manco per niente, ecco la “folcloristica” “Dragostea” degli improbabili O-Zone sparata a bomba, neanche fossimo dei liceali debosciati che passano un pomeriggio al Palacavicchi nel 2002. Di spessore anche la traccia “Home Is Where It Hurts” con cui si apre di fatto il film: è infatti il risultato delle sperimentazioni musicali della tanto sorprendente quanto a me sconosciuta Camille, artista francese difficilmente collocabile in un genere preciso. Concedetele quei 4:23 minuti, non ve ne pentirete.
Infine c’è Exotica. Non hanno una pagina Wikipedia, non hanno un video musicale figo, a dirla tutta non hanno nemmeno un video. Di figo hanno il sound, le melodie, le parole. Che se non sbaglio qualcosa ancora contano. Quasi svaniamo nella nebbia dei ricordi di “Une miss s immisce”, rapiti dalla malinconia, rapiti dai tentacoli di reminiscenze che per anni erano sopite. Rapiti da Dolan.

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By martinadabbondanza in Interviste