Qui non è Hollywood #2

“Ho visto passare tanti ragazzi qui, molti li recuperiamo, con altri ci dobbiamo rassegnare: non basta amare qualcuno per salvarlo, purtroppo.”

“Il tempo è come l’acqua che incessante scorre.”
Così recita un antico proverbio, di quelli che puoi sentire da vecchi saggi seduti su sedie di paglia davanti l’uscio delle loro case campagnole, in un pomeriggio uggioso.
Ed è proprio in uno dei rari, rarissimi miti pomeriggi uggiosi che questa estate ci ha regalato che ho scoperto questo gioiellino dalle tinte franco-canadesi del 2014 firmato Xavier Dolan.

Innanzitutto voi direte “chi cacchio è Dolan?…io conosco Donald Duck…o è un refuso, forse parli di Nolan?”.
No, nessun refuso. Xavier Dolan è un “enfant prodige” Canadese che ha già alle sue spalle ben 6 film come regista e sceneggiatore e quasi una ventina come attore. E non parliamo di filmini delle vacanze o tutorial di come incartare a tempo di record i vostri regali di Natale (si, questo ragazzo è un fottuto genio).
Parliamo di pellicole che hanno vinto il premio della giuria al Festival di Cannes e candidate ad altre nomination importanti. Tutto questo a 26 anni. Roba che io ne ho 27 e l’unico momento sotto i riflettori che ho avuto è stato anni fa all’Auditorium, salendo sul palco per dire che c’era da spostare una Punto bianca in doppia fila al parcheggio.
Però dovevate vedere come ho scandito bene la sigla della targa.

Tornando seri, oggi andrò a parlarvi del più recente dei suoi lavori: il tanto drammatico quanto contemporaneo “Mommy”, ingiustamente snobbato dall’Italia. Vi spiegherò brevemente la trama, poichè a mio parere la visione diretta del film saprà raccontarvi molto di più e non voglio togliervi troppe sorprese.
In un futuro abbastanza prossimo, dove vige una legge che consente ai genitori di ragazzi problematici il ricovero coatto, troviamo la nostra prima protagonista, Diana Desprès, bellezza sfiorita ma ancora esuberante (spesso anche cafona), che tenta di crescere il figlio Steve, affetto da disturbo da deficit dell’attenzione e dell’iperattività, spesso causa di episodi di violenza incontrollata. Durante uno di questi fa la sua apparizione Kyla, una misteriosa vicina di casa che offre loro il suo aiuto.
A completare il problematico quadro, l’assenza del padre, deceduto pochi anni prima e le precarie condizioni economiche in cui vige l’insolita coppia di protagonisti.

Toccante, crudo e quanto mai contemporaneo, Mommy è un film che racconta l’amore fuori dalle sue forme canoniche, stimolando la curiosità dello spettatore e portandolo per mano in un viaggio fra sentimenti, solitudine e speranza raccontati in maniera assolutamente originale e inedita.
L’incoscienza di tuffarsi da una scogliera senza esitazioni: questo è Dolan. Sperimenta, azzarda (passiamo da Ludovico Einaudi agli Eiffel65 eh), senza l’obbligo di dover emulare nessuno, e riesce in tutto, meravigliosamente. Si concede praticamente ogni libertà con quella sfrontatezza e incoscienza tipiche di un giovane (l’esclamazione di Steve dopo la sequenza con “Wonderwall” degli Oasis di sottofondo è forse un riferimento a se stesso?), riuscendo in un certo senso a rielaborare le regole del cinema.
A tal proposito, Dolan sceglie un formato claustrofobico, più stretto del classico 4:3; questo comporta la necessaria inquadratura di un personaggio per volta, quasi a marcare la solitudine di ogni singolo individuo, a rappresentare un presente che non offre speranza e che tiene in “apnea” lo spettatore.
Decisamente azzeccata e di spessore la colonna sonora (si, sono dell’idea che una scelta appopriata della musica in un film siano come gli spinaci per Braccio di Ferro), che sembra dar voce ai sentimenti intrappolati nei protagonisti (“Colorblind” dei Counting Crows è il perfetto compagno di valzer per le sequenze di solitudine ed emarginazione di Steve).

Ma il cuore pulsante, la scena con la maggiore potenza emotiva e che cela uno dei più interessanti elementi seduttivi che Dolan inserisce nella sua pellicola è quella del karaoke. In questa sequenza (tranquilli niente spoiler) viviamo una scena inizialmente grottesca, ma che sfuma poi nel commovente, portati per mano da un’ inconsueta “Vivo Per Lei” cantata da Steve. Oltre al fatto che viene data voce ai sentimenti dei protagonisti in maniera davvero poetica (e seriamente, non soffermatevi solo sul lato grottesco), il regista commette volontariamente un errore di linguaggio cinematografico: la musica diventa da diegetica a extradiegetica. Si esatto, “parla come magni, spiegaci…”
Bene, mi son dovuto armare di vocabolario, poichè ignoravo il termine specifico per questo tipo di classificazioni (vai Jack, una parola nuova al giorno).
In pratica, la musica che sentono i personaggi dei film (e che quindi fa parte del contesto che stanno vivendo) si dice essere diegetica, quella che invece sentiamo solo noi spettatori spesso di accompagno alle scene e che quindi i personaggi non sentono si dice essere extradiegetica. Dolan fonde in un passaggio queste due categorie trasformando la sequenza in un fiume in piena, che ti travolge e ti sommerge, nonostante dal punto di vista tecnico sia un errore.

La colonna sonora, dicevamo. Ogni traccia inserita al punto giusto. Un cocktail di emozioni e musica che ci inebrierà vorticosamente dandoci mano a mano la consapevolezza di aver puntato sul cavallo vincente.
E sfido ad alzarvi dal divano alla fine del film. Si, perchè alla fine arriva Lana. Il suo “Born To Die” vi lascerà incollati fino all’ultimo fotogramma della pellicola, un pò sconvolti, un pò attoniti, ma confortevolmente arricchiti.

Childhood – Craig Armstrong
Building A Mistery – Sarah McLachlan
White Flag – Dido
Provocante – Marjo
On Ne Change Pas – Cèline Dion
Colorblind – Counting Crows
Phase – Beck
Blue – Eiffel 65
Experience – Ludovico Einaudi
Wonderwall – Oasis
Vivo Per Lei – Andrea Bocelli & Giorgia
Born To Die – Lana Del Rey
Counting Stars – One Republic
Anything Could Happen – Ellie Goulding
Welcome To My Life – Simple Plan

 

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By martinadabbondanza in Interviste