Qui non è Hollywood #5

“Io sto per spaccarti il naso, e questo è un avvertimento….
SBANG. Ecco…io ti ho spaccato il naso, e questo è un fatto”

 

Suscita l’interesse. Crea il desiderio. Vendi.
Ormai funziona così. O forse è sempre stato così, probabilmente sono troppo giovane per ricordarmi i tempi in cui le festività non erano ancora l’ennesimo prodotto commerciale da vendere. Nelle prossime 10 righe attiverò la mia modalità “anziano che medita su quando si stava meglio”, quindi se volete evitare un sermone intervallato da momenti dove rimesto la saliva in bocca e mi schiarisco la voce, saltate direttamente al capoverso successivo.

Avrete notato come durante l’anno sembra di vivere un continuum di preparativi a qualche festività: a Novembre cominciano ad apparire nelle vetrine dei negozi i primi minacciosi Babbi Natale, occhi vitrei come quelli di uno squalo, pronti a minacciarvi con i loro bastoncini di zucchero affilati al primo tentativo di sottrarsi a questa tacita obbligatorietà alla felicità, conditio sine qua non di un mondo perfetto. Superato il rush Natalizio, le vetrine come il più laido dei rettili compiono la loro muta, e quando vi sarete a stento abituati alle nuove vesti ricche di accessori inutili per il Capodanno, vi troverete a fare i conti con quelle trigliceriche dell’Epifania. Pensate sia finita qui? No, miei cari, non avete fatto i conti con i temutissimi conigli pasquali.
Come in uno dei più famosi film di James Cameron, “sbucano fuori dalle fottute pareti” (dei supermercati), e si infilano nei vostri carrelli con i loro imbarazzanti abiti in acetato e viscosa anni 90’, lasciandovi inconsapevoli del misterioso “Alien” che portano in grembo.

Tornando al presente e chiudendo quindi la mia adorata parentesi da vecchio nonno bisbetico, siamo ormai a ridosso della notte di Halloween, festa tipica Italiana tanto quanto lo è quella di Santa Rosalia per un Uzbeko. Girando per negozi mi è capitato di vedere esposta in vetrina tra le classiche maschere per bambini, quella di Casper il fantasmino. E come spesso succede quell’immagine ha riaperto nella mia mente un vecchio cassetto, lasciandomi per svariati secondi inebetito a pensare mentre una commessa già stava chiamando il 118 temendo l’ictus.

Non ho mai visto Casper, e non sto per parlarvi di lui, ma del bambino che ne indossava il costume e del suo rapitore, in un’ ingiustamente poco conosciuta pellicola degli anni 90 firmata Clint Eastwood, in quello che a mio giudizio è il suo miglior lavoro da quando è passato alla regia. Che poi a dirla tutta in questo film fa gli straordinari, ricoprendo anche il ruolo di uno dei cooprotagonisti. Il titolo ve l’ho già detto, basta scorrere qualche riga più su, all’inizio dell’articolo. Un mondo perfetto è una storia dal titolo beffardo tanto dolce quanto spietata, magari all’apparenza non troppo originale, è vero, ma se siete persone dotate di sensibilità non potrà che toccarvi nel profondo, forse lasciandovi anche con una sensazione di malessere.
Ma andiamo con ordine.
E’ la sera di Halloween del 1963, a poche settimane dalla visita del presidente Kennedy a Dallas. Ci troviamo in Texas, paese non propriamente tenero con le pene giudiziarie e in cui vige la pena di morte. Butch Haynes (Kevin Costner) appena evaso dal carcere insieme al suo compagno di cella, prende in ostaggio durante la sua fuga verso l’Alaska il giovane Philip Perry, cresciuto come lui con un padre assente, ma con ancora tutta la vita davanti per non commettere i suoi stessi errori.
Quello che è inizialmente un rapporto rapitore-ostaggio, si trasforma lentamente in un rapporto di amicizia, quasi paterno. Butch rivede in Philip il bambino che fu, mentre Philip vede in Butch il padre che non ha mai avuto.
A dargli la caccia c’è però il ranger Red Garnett (Clint Eastwood) affiancato dalla psicologa criminale Sally Gerber (Laura Dern, la mitica paleobotanica di Jurassic Park) e da un’equipe di agenti dalla mente militare, per i quali Butch non è che carne da macello.
Non vi dirò nulla sul finale, qualcuno lo troverà anche scontato, io l’ho sempre trovato romantico e di forte impatto emotivo (immaginatemi come Eddie Murphy in “il Professore Matto” nella scena in cui si ingozza di gelato piangendo davanti alla tv).
La colonna sonora in tutto questo fa da olio lubrificante al preciso ingranaggio emozionale messo a punto dal regista; le tracce country che accompagnano la fuga di Butch ci inseriscono perfettamente nel contesto, facendoci sentire anche noi a bordo della sua Ford color crema rigorosamente rubata. Passiamo dalla classica “Ida Red” di Bob Wills a tracce più ammiccanti all’America di “Happy Days” o “American Graffiti” come “Guess Things Happen That Way” di Johnny Cash e “Don’t Worry” di Marty Robbins, molto “Elviseggiante”. Durante lo scorrere del film ci troviamo spesso in sequenze dove la musica proviene dalla radio di sottofondo di automobili o tavole calde “on the road”. Questo ci porterà a perdere qualche traccia di spessore come “Dark Moon” di Chris Isaak, una serenata folk ovattata e gentile, come una ninna nanna che preannuncia una notte piena di incubi.
Bellissima anche “Please Help Me I’m Falling” di Hank Locklin, che ci presenta una delle sequenze contenenti il messaggio principale del film; Butch e Philip durante la loro fuga incontrano una classica famiglia media Americana, utilizzata più volte dal regista per mettere a nudo l’ipocrisia e le contraddizioni del paese di quegli anni: da un lato un criminale emarginato ma dai giusti principi, dall’altro il cittadino medio che rispetta la legge ma che nella sfera familiare compie degli atti di violenza e maltrattamenti verso i figli.
I 2 minuti e 27 secondi di musica e silenzio, rapiti dal valzer di cornamuse “Big Fran’s Baby” di Lennie Niehaus sono da vedere e rivedere. Qui si nota a mio parere il tocco da maestro di Eastwood, che mette a nudo tutta l’umanità di Butch nella sua imperfezione e sofferenza, forse prigioniero per sempre di un passato che non può cambiare e che continua a far sanguinare vecchie ferite.

È tutto fuorché un mondo perfetto.
Di perfetti ci sono però la suspance e il trasporto che questo film ci regala, riuscendo a raccontarci con parole, gesti e musica sentimenti difficili da descrivere, come il tormento della mancanza di un buon rapporto tra padre e figlio. Ma soprattutto la disperata ricerca di una via di fuga da un mondo che non riusciamo ad accettare, riponendo tutte le nostre speranze in un sogno a cui forse non crediamo più.

 

Ida Red – Bob Wills
Guess Things Happen That Way – Johnny Cash
Don’t Worry – Marty Robbins
Dark Moon – Chris Isaak
Please Help Me I’m Falling – Hank Locklin
Big Fran’s Baby – Lennie Niehaus
Blue Blue Day – Don Gibson
Sea Of Heartbreak – Don Gibson
Abilene – George Hamilton IV
Catch A Falling Star – Perry Como
Little White Cloud – Chris Isaak
Night Life – Rusty Draper

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By martinadabbondanza in Interviste