Qui non è Hollywood #7

“Vuoi scopare?”
“No… ma grazie lo stesso del pensiero.”

Trovo criminale che una persona con nessuna qualifica letteraria o riconoscimento universitario possa non solo scrivere, ma addirittura tenere una rubrica online su un portale internet.
Ancora più criminale se questa persona è il sottoscritto, capace a ventotto anni suonati di girare con un tacchino di peluche come cappello per le strade di Stoccolma, sotto il glaciale sguardo giudicatore del popolo svedese dotato del senso dell’umorismo di una guardia carceraria di un gulag siberiano.
Ma il mondo è ingiusto, lo sappiamo bene tutti quanti, pertanto, dopo un turno di prigione senza passare dal via torno prepotentemente a tumefarvi gli zebedei con la mia finestra sul mondo del cinema e della musica. Finestra da dove possiamo affacciarci per almeno un’oretta, rifugiandoci dalla schiacciante oppressione di un presente che brama di fotterci come Zed con Marcellus Wallace. Saranno sufficienti un paio di pinze e una buona saldatrice per salvarci? (chi non la coglie si deve vergognare)

Dicevo del mio viaggio a Stoccolma. Viaggiare fa sempre bene. La scoperta arricchisce sempre una persona, nel bene o nel male.
Eppure chi è figlio di Roma ha un legame speciale con la sua città, vi è una sorta di alchimia per la quale arrivi ad odiarla vivendoci, a non rimpiangerla quando sei all’estero, quasi a denigrarla parlandone agli altri, mettendola sempre nello scalino più basso quando si parla di civiltà e gestione pubblica. E probabilmente è anche vero. Ma in fondo la ami, e quando torni un lato di te è comunque felice.
Ma giusto quando torni, il tempo di ritrovarsi imbottigliato in mezzo al traffico e subito viene convocato l’intero cast del presepe.
Se c’è una cosa che ho notato a Stoccolma è che nonostante il clima gelido e ostile alla vita, la gente vive in un’atmosfera quasi sospesa e pacata, fatta di sussurri e bisbigli (devo dire il popolo svedese è davvero educato), come se si vivesse in un continuo stato di letargo immersi nella propria folta pelliccia.
Roma no. Roma è chaos, frenesia, pericolo, ingiustizia. Da un lato affascinante dall’altro riprovevole. Roma è noir.
Ed è proprio una Roma noir quella che ci viene raccontata da Stefano Sollima in uno dei film più riusciti del panorama cinematografico italiano dell’ultimo anno.
Negli ultimi mesi quando mi è capitato di andare al cinema sono sempre uscito con la sensazione che tutto sommato quei 7 euro o giù di lì potevo risparmiarmeli. Dopo aver visto Suburra mi son quasi vergognato di aver usufruito della riduzione biglietto.
Ho pagato 8,50 per “The Martian”. Solo 4 per “Suburra”. Shame on me!

Stefano Sollima, regista leggermente fissato con la criminalità organizzata, visione prepotentemente cinica e disillusa della realtà, forse anche troppo. Ma nel panorama televisivo e cinematografico italiano, dove fioccano le storielle smielate o fiction televisive inverosibilmente buoniste, questo non è assolutamente un difetto. E dire che Sollima il “botto” vero l’aveva fatto con le serie televisive. I suoi “Romanzo Criminale” e “Gomorra” sono probabilmente gli unici due serial italiani che possono tenere testa al gigante Americano, culla delle serie tv per antonomasia. Poi certo, butti un occhio alla sua pagina personale wikipedia e scopri che prima di tutti questi capolavori ha dato vita a mostri catodici come “Un Posto Al Sole” o “Ho Sposato Un Calciatore” e allora si che ti sale in nazismo. Ma come diceva una nota canzone di Fabrizio De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Mafia capitale, Carminati, funerali al limite della legalità per pregiudicati, intrallazzi politici. L’ultimo anno ha regalato a noi abitanti (per bene) della città eterna tanti bocconi amari da ingoiare. A dir la verità siamo abituati da diverso tempo, ma ultimamente siamo stati messi a dura prova, l’illegalità e la corruzione sembrano dilagare in ogni più piccolo capillare dell’immensa arteria capitale. Quel furbacchione di Sollima coglie la palla al balzo, e dipinge in questa pellicola un vivido ritratto (anche esagerato in dei frangenti) del dilagante cancro che divora la Capitale e il Paese tutto. E’ vero, cambieranno i nomi, cambieranno le vicende, ci sarà qualche omicidio di troppo, ma la sensazione è quella.
Della trama vi dirò ben poco, anche perchè Suburra è un film che consiglio di vedere senza troppe anticipazioni sulla storia, la soddisfazione che ho avuto nel godermi ogni sequenza è un piacere di cui non voglio privarvi.
Punti di forza tanti, a cominciare dagli interpreti. E fare quest’affermazione mi costa non poca fatica, visto che tra i protagonisti troviamo anche Claudio Amendola, il quale pensavo avesse trovato la sua giusta dimensione in commediole leggere di fine anno o fiction televisive su bar e ristorazione. Eppure persino lui viene avvolto dal fascino noir delle vicende raccontate da Sollima, dando una buona interpretazione del boss di vecchio corso soprannominato “Samurai”, che ci ricorda un pò qualche oscuro personaggio delle recenti cronache giudiziarie della capitale. Ottimi anche i noti Favino e Germano rispettivamente nei ruoli dell’onorevole Malgradi, politico corrotto e vizioso, e del viscido PR Sebastiano, dall’etica morale più che discutibile. Ma le vere sorprese positive ce le regalano Alessandro Borghi e Greta Scarano (ve la ricordate nei panni di Angelina in Romanzo Criminale?), maestosi nel ricoprire il difficile ruolo di boss di una banda criminale di Ostia, paurosamente spietati ma anche vulnerabili. La cosa incredibile è che gli stessi personaggi vi daranno la sensazione di essere tanto dei boia implacabili quanto dei cuccioli smarriti. Di T-Rex.

Ma vogliamo parlare della colonna sonora?
Mi ha fatto sentire come un bambino che apre il suo pacchetto di patatine con sorpresa e ne trova due invece che una. Sollima è infatti riuscito a farmi questo regalo extra. La colonna sonora, interamente firmata M83 è di quelle che rimangono.
A cominciare dalla prima traccia, forse la più famosa di questa band di musica shoegaze nata in Francia nel 1999. “Midnight City” è infatti la prima traccia a travolgerci, con il suo sound unico, eccentrico, molto 80s ma allo stesso tempo ultra moderno e mai banale. A dirla tutta io c’ho trovato anche un richiamo ai Depache Mode, ma non datemi troppo credito, son pur sempre una persona che gira con un tacchino di pelouche in testa.
Ma l’atmosfera sognante in cui ci fanno entrare gli M83 non si interrompe, e seguono altre tracce cariche di trasporto, come “Outro” o “Wait“, che sembrano raccontarci parte del film, arricchendo quelle sensazioni che le sole immagini e parole non riescono a trasmetterci interamente. Devo ammettere che la corrente musicale del gruppo aiuta molto in questo anche se personalmente non l’avevo mai approfondita.
Shoegaze.
Letteralmente “guardarsi le scarpe”.
Perché questo nome? Lo capirete più avanti.
Si sviluppa come sottostile dell’alternative rock, dando vita a una sfera artistica decisamente di nicchia ma che ha sfornato band altrettanto “cazzute”, come i Deerhunter (a proposito vi suggerisco di dare un ascolto anche a loro, non ve ne pentirete) e che ha interessato in una fase della loro carriera anche i The Verve, insomma non proprio gli ultimi arrivati. Come gran parte delle correnti stilistiche più “cool”, è nato nel UK verso la fine degli anni ottanta.
Ma quali sono le peculiarità di questo shoegaze? Un incontrollabile e spesso smodato utilizzo di effetti per chitarra, tra cui distorsore e riverbero, accompagnati da sequenze vocali prettamente melodiche (nel nostro caso è un chiaro esempio la bellissima traccia “Sister Part1&2“). Questo costringe i chitarristi durante le esibizioni a tenere spesso la testa bassa, come se si stessero guardando le scarpe, atteggiamento dovuto all’esigenza di controllare gli effetti della chitarra.
“Capito er giochetto, zi?”
Il rovescio della medaglia di questo stile? Il pericolo di trasformare una traccia epica in una lagna ululata alla luna.
Ma non è il caso degli M83! A voler trovare un difetto, forse l’album (per chi fosse interessato si chiama “Hurry Up, We ‘Re Dreaming“) senza l’ausilio delle immagini in dei passaggi può risultare un pò monotono, tracce come “Waves Waves Waves” o “Bruits The Train” tendono a farci uscire un pò dalla trance acustica indotta dalle prime tracce. Per intenderci non vi trovate di fronte una band di quelle che possono regalarvi un ascolto continuo per ore e ore senza stuccare. Ma che vi donino quei tre o quattro gioielli da inserire in pianta stabile nell’ipod si. E non è poco.

Insomma, di motivi per vedere Suburra ne avete a iosa, e non fatevi scoraggiare dalla paura di vedere un film angosciante e crudo, sono ben altre le cose che dovrebbero intaccare il nostro spirito…
Vi ricordo ad esempio che i cinepanettoni Natalizi sono alle porte…

M83 – Outro
M83 – Wait
M83 – Midnight City
M83 – Sister (Part I & II)
M83 – In the Cold I’m Standing
M83 – Waves Waves Waves
M83 – My Own Strange Path
M83 – Bruits de Train
M83 – We Own the Sky
M83 – On a White Lake Near a Green Mountain
M83 – By the Kiss
M83 – Violet Tree

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By martinadabbondanza in Interviste