Qui non è Hollywood #8

“Guarda quella indefinita tonalità di bianco; la raffinata consistenza della carta… oh mio Dio, ha persino una filigrana!”

 

Persino l’intestino di Alessia Marcuzzi è più regolare della periodicità di questa rubrica, soprattutto se coadiuvato da densi yogurt alla purga.

Feste Natalizie, restyling del sito ma soprattutto una buona dose di stress da “overworking” (una volta si chiamava la “voglia di non fare un cazzo”) sul banco degli imputati. Le vittime: la mia rubrica “cinemusicografica” e il mio viso appesantito da due etti buoni di barba che mi conferiscono un look da nonno di Heidi, però meno figo.

Ma l’importante è che siamo tornati: anno nuovo, vita nuova, nuovi propositi, nuove speranze. Se anche voi non vi ritrovate con queste premesse, siete in buona compagnia.

Scherzi a parte, come avrete potuto notare nostra signora LeCool si è fatta qualche giorno in spa: uno scrub al template, un peeling agli argomenti e per finire un bel massaggio tonificante agli script. Et voilà, fresca come una rosa, con tante novità che scoprirete pian piano. Dietro però ci siamo sempre noi: tanti Quasimodo gobbi e torvi sulle tastiere, nutriti a teste di pesce e brodaglia.

E in tutto questo tempo? cosa avrò mai fatto? che film vi proporrò per l’ottavo numero di “Qui non è Hollywood”?

Delfini curiosi.

A dir la verità ho trascorso la maggior parte del mio tempo libero vedendo la seconda stagione di Fargo, arenato sul letto fino a farmi venire le piaghe da decubito, intervallando le puntate con rapidi raid alla dispensa della cucina e con inevitabili impegni, chiamati responsabilità della vita reale. Ma lasciamo da parte inutili fronzoli e pinzillacchere, parliamo di cose serie ed importanti.
Parliamo di American Psycho! Il film più famoso di Mary Harron (chiiii?), tratto dal famoso romanzo di Easton Ellis.
Esatto proprio lei, Mary Harron. Salita alla ribalta con capolavori mondiali come “Ho sparato ad Andy Warhol” e “La scandalosa vita di Bettie Page”.
Ok, sto bluffando.
Non ho la minima idea di chi sia Mary Harron, e probabilmente hanno dei seri dubbi anche i genitori. C’è da dire però che il suo American Psycho, nel bene e nel male, ha comunque fatto parlare molto di se ed è un film davanti al quale non possiamo rimanere indifferenti.

Inutile stare a raccontarvi troppo nello specifico la trama, penso l’abbiate visto tutti: un dirigente di una società finanziaria, dal carattere prettamente narcisista e quotidianamente concentrato nel costruire un’ impalpabile apparenza. In realtà nasconde un lato oscuro, a cui da sfogo soltanto nelle ore notturne.
Non dico davvero altro, poiché se l’avete già visto non farei che annoiarvi, mentre se dovete ancora spuntarlo dalla vostra lista rischierei di rovinarvi tante sorprese.
Patrick Bateman il protagonista, interpretato da un ottimo Christian Bale, rappresenta il frutto della società altolocata americana degli anni 80′, principalmente edonista ed alla ricerca sfrenata del successo e del denaro, dalla quale emerge una depersonalizzazione dell’individuo, indifferente e apatico di fronte alle atrocità che commette. Eppure, in superficie sembra l’uomo a cui tutti vorremmo somigliare: bello, ricco, intelligente, sicuro di sè, con un ottimo lavoro.

Ma come già detto si tratta solo di una fulvida apparenza, in realtà dietro la maschera di bellezza che solleva con meticolosa accuratezza si cela la sua vera mostruosa natura. Ed è proprio la natura che fa orrore. Non c’è una spiegazione vera e propria ai suoi comportamenti, che sembrano essere semplicemente parte della natura umana. Patrick Bateman è l’esempio di tutte quelle storie di cronaca, dove un apparentemente normale e pacato cittadino un bel giorno decide di impazzire e compiere le più efferate atrocità. “Era una persona tranquilla, salutava sempre”. Quante volte l’avete sentito dire dai vicini di casa di serial killer o pluriomicidi durante qualche servizio al telegiornale? Eppure fino a quel momento l’apparenza li aveva nascosti al mondo, alla faccia di chi dice che non conta.

Temi così controversi e inquietanti vengono raccontati con uno stile molto pulp, grottesco e quasi ipnotico, da lasciarmi spesso incantato nell’ascoltare la voce pastosa di Patrick Bateman durante le sue riflessioni. E nonostante la malvagità del personaggio non sono riuscito ad odiarlo, vuoi per le risate che mi ha strappato in alcuni momenti, vuoi perchè mi ha lasciato il dubbio di essere solo una vittima della società, un pò come Alex DeLarge in Arancia Meccanica.
Finito il sermone? Ci alziamo ed andiamo in pace? Ma manco per sogno! Non avete ancora preso la Comunione (che userete come plettro).
Come possono undici tracce assolvervi da tutti i vostri peccati? Facile se parliamo di David Bowie, dei Cure o dei New Order.
Far entrare lo spettatore in un determinato contesto non è una cosa semplice. Mary Harron in questo è bravissima, curando nel minimo dettaglio colonna sonora e scenografia (molti degli oggetti di scena non sono ricostruzioni, ma veri pezzi originali ancora funzionanti).
Basta notare che la prima traccia in cui ci imbattiamo è una delle regine delle hit dance degli anni 80, “True Faith” firmata New Order, gli orfanelli di Ian Curtis tanto per intenderci. Una band che dopo aver perso la sua stella (ciao Ian) si è reinventata con discreto successo, alla faccia di chi dice che i vari Bernard Sumner e Peter Hook non valevano niente. Ma il fattore X di questa colonna sonora, è l’affinità con il carattere del protagonista: schizzata, imprevedibile, folle. Ci troviamo a canticchiare tracce come “Something In The Air” di David Bowie o “Walking On Sunshine” di Katrina & The Waves per poi essere bruscamente interrotti dal ritmo di “Hip To Be Square” (che accompagna una delle scene più divertenti del film) o “Sussudio” di Phil Collins, in una sequenza a dir poco spiazzante. Passiamo dalle atmosfere psichedeliche di Daniel Ash e della sua “Trouble” a quelle festaiole (ma non troppo) e sorprendentemente metal dei Dope con l’originalissima cover di “You Spin Me Round“.

Insomma, American Psycho ha mille e uno motivi per essere guardato. Non solo perchè Jared Leto viene fatto a pezzi a colpi di ascia. E nemmeno per la scena dei biglietti da visita (ok che io sono mezzo autistico, ma quella sequenza è una droga) o per la spettacolare colonna sonora che combina i migliori pezzi cult degli anni 80′. American Psycho andrebbe visto, ma soprattutto letto, perché fa riflettere. E se per puro caso non dovesse piacervi potete sempre consolarvi con “quella indefinita tonalità di bianco” delle pagine del libro!

 

You Spin Me ‘Round – Dope (cover dei Dead or Alive)
Something in the Air – David Bowie
Watching Me Fall – The Cure
True Faith – New Order
Trouble – Daniel Ash
Hip To Be Square – Huey Lewis & The News
Paid in Full – Eric B. & Rakim
Who Feelin’ It – Tom Tom Club
What’s on Your Mind – Information Society
Pump Up the Volume – M/A/R/R/S
Walking On Sunshine – Katrina & The Waves
Sussudio – Phil Collins

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By martinadabbondanza in Interviste