PigneTown #1

Dunque, a quanto pare sono stato ufficialmente nominato corrispondente dal Pigneto di LeCool. Perciò, mi è venuta l’idea di una rubrica che fosse una sorta di “guida a puntate” al quartiere, con consigli utili su dove andare o NON andare a mangiare, a bere del buon vino o un cocktail degno di questo nome, o dove continuare la serata quando i bar chiudono e voi dovete necessariamente sfogare la vostra molestia alcolica da qualche parte. Poi, dritte a parte, mi riservo il diritto di dedicare qualche numero a varie ed eventuali.

La lusinghiera carica di “pignetista” ufficiale della rivista mi è stata conferita, non solo perchè io al Pigneto ci abito da quando ancora sull’isola pedonale c’erano due locali di numero, ma anche e soprattutto perchè, essendo uno che non ama particolarmente restare a casa la sera, ho acquisito ormai una conoscenza capillare del quartiere, dei suoi bar, dei suoi ristoranti, delle sue associazioni culturali, della sua vita notturna. Per di più, oltre ad essere un balordo da bancone e uno che spende per ristoranti i soldi con i quali dovrebbe pagare l’affitto, cerco di coltivare anche in modo “più nobile” il mio interesse per il mangiarbene&berebene, leggendo e scroccando insegnamenti da chef, bartender e critici che talvolta ho la fortuna di incontrare. Per tanto è lecito sperare che i miei consigli siano piuttosto affidabili.
In questo primo numero di PigneTown, però, invece di iniziare subito con le dritte, racconterò brevemente la trasformazione del quartiere, iniziata nei primi anni 2000.
Oggi il Pigneto si presenta come il tipico quartiere gentrificato: locali e ristoranti alla moda, tanti artisti, tanti giovani, tanti immigrati, e poi le famiglie che abitano qui da prima della metamorfosi, quasi tutte di estrazione popolare. Una composizione sanamente eterogenea. Prima della trasformazione, invece, per i ragazzi della “Roma bene” era solo un quartiere degradato come un altro, ritenuto pericoloso e del quale, per lo più, si ignoravano collocazione e aspetto.

Improvvisamente poi, intorno al 2003/2004, il nome “Pigneto” iniziò a ricorrere con una frequenza “sospetta” in ambienti molto “sospetti”. Nei precedenti 21 anni della mia vita lo avevo sentito nominare si e no tre volte, due delle quali nella pagina di cronaca del telegiornale. Ora improvvisamente lo sentivo in bocca a proprietari di loft a via del Governo Vecchio, appassionati di musica underground…qualcosa non quadrava. Qualcosa stava bollendo in pentola, era chiaro. E infatti…

Tuttavia questo processo di trasformazione, nella sua fase iniziale, fu piuttosto lento. Alla fine del del 2006, sull’isola pedonale c’erano ancora solo “Vini e oli” e “Infern8″, e ricordo bene che non esplodevano di gente. Mi chiedevo come mai, tra tutti i quartieri degradati che ci sono a Roma, qualcuno avesse deciso di rivalutare proprio il Pigneto. Pensai che probabilmente avevano influito la sua posizione centrale, e l’architettura un pò retrò, caratterizzata da palazzetti di edilizia popolare degli anni venti e trenta, di due o tre piani al massimo, spesso dai colori vivaci.

Ad ogni modo il Pigneto iniziò ad essere realmente conosciuto e frequentato dai giovani di tutta la città solo nell’autunno del 2007, grazie all’esplosione del Fanfulla 101 (oggi Forte Fanfulla). Anche la riapertura di Necci dopo un grave incendio e la crescita della fama del ristorante Primo – nello stesso periodo – diedero il loro contributo. All’inizio dell’estate del 2008, poi, sull’Isola pedonale aprì il bar Cargo, e da lì in poi fu come la palla di neve che rotolando a valle si ingrossa sempre di più fino a diventare valanga.

Oggi il Pigneto è senza dubbio il quartiere più innovativo, interessante e culturalmente fervido della movida romana. Sull’Isola pedonale credo non ci sia più una sola saracinesca abbassata, e l’onda lunga è arrivata, più moderatamente, anche dall’altra parte del ponte (zona Necci/Rosti, per intenderci). A volte neanche io riesco a star dietro a tutte le nuove aperture.
Ma cercherò di stare (ancora di più) sul pezzo, lo prometto.

E ora, parafrasando Jep Gambardella (stella polare di ogni cronista mondano, anche dilettante): “che questa rubrica abbia inizio”.

Alessandro Carchidi

Comments

Altri contenuti

Interessanti

Intervista

Inspire,Connect,Build

By martinadabbondanza in Interviste



Storia

I’ll drink responsibly when they will make a brand of whiskey named Responsibly