Pignetown #11 – Amori di gioventù e corse in motorino

L’altro giorno, appena sveglio, ho iniziato a dare una sistemata alla cucina – reduce da una cena tra amici – quando, chissà perché, mi è tornata in mente la love story estiva dei miei 14 anni, alla quale non mi capitava di pensare da secoli.
Inizialmente fu più che altro il susseguirsi di un paio di fotogrammi – avevo ancora troppo sonno per mettere a fuoco un ricordo nel suo insieme. E anche troppa fame. Così, abbandonando dopo circa un minuto l’ambizione di rimettere a posto la cucina, scesi a mangiare un cornetto da Fattori.
Fuori c’era un sole magnifico, e ho notato subito un certo fermento per le strade del Pigneto.
La sera prima qualche centinaio di ultras olandesi aveva seminato il panico in centro, danneggiando anche La Barcaccia del Bernini, e la gente non parlava d’altro. Ne parlavano il meccanico e i suoi amici davanti all’officina. Ne parlava la combriccola del giornalaio di Piazza dei Condottieri. Ne parlava un carabiniere con i suoi colleghi davanti al bar, spiegando che “Là ce volevano er triplo dell’agenti – circondavi tutti l’olandesi naa piazza e i sfonnavi”.
Quest’atmosfera mi metteva allegria! Cioè, non è che mi mettessero allegria il danneggiamento di un’opera d’arte e le fantasie violente di un carabiniere. Però quella dinamica per cui lo scottante argomento del giorno alimenta e monopolizza le chiacchiere di piazza, mi ricordava tanto il paesino calabrese da cui proviene la mia famiglia, e in cui ho passato almeno una parte di tutte le estati della mia vita.
Credo sia stata proprio questa associazione di idee a far ripresentare nella mia mente, per la seconda volta in meno di mezz’ora, il ricordo di quella storiella estiva, perché è proprio in quel paesino di mare che tutto si svolse. Insomma, era come se quel ricordo stesse cercando ostinatamente una strada per tornare a galla. E a quanto pareva era riuscito a trovarla.
Mentre, ancora intorpidito e con gli occhi gonfi, mangiavo lentamente il mio cornetto, il mio sguardo era perso nel vuoto. A ogni morso che davo, la mia mente era sempre più proiettata nell’agosto del 1996.
Lei aveva 14 anni come me, ma ne dimostrava almeno due o tre in più – il suo corpo era già quello di una donna. Era colombiana ma con tratti europei e colori chiari, ed era stata adottata da una coppia di milanesi quando era ancora molto piccola. E, soprattutto, era bella da sentirsi male.

Fu una storia di un paio di settimane appena, ma per me furono due settimane molto intense: farfalle nello stomaco, tachicardia, passeggiate notturne per mano in riva al mare, domande nella mia testa del tipo “come è possibile che abbia scelto me?”.
Sicuramente sarà stato per merito della giovanissima età, ma in seguito raramente ho avuto il coraggio di lasciarmi travolgere in quel modo dalle emozioni in una storia con una ragazza.
Il giorno della sua partenza ero devastato. Dal momento che io vivevo a Roma e lei a Milano, avevamo saputo fin dal primo momento che sarebbe stata una storia “a tempo determinato”, ma questa consapevolezza non era bastata a rendere meno triste il momento dell’addio. Per di più fummo costretti a darci l’ultimo saluto davanti a suo padre, che era un vero bigotto, e anche se eravamo certi che sapesse di noi, non potevamo “uscire allo scoperto”. O almeno così credevo.
Eravamo al bar del lido, lei si avvicinò a me, mi sussurrò all’orecchio “Questo mi costerà molto caro, ma non mi importa”, e mi diede un bacio sulle labbra davanti agli occhi furenti di suo padre. Lui, fortunatamente, non mi prese a calci.
Ovviamente non potevo farla finire così. Dopo tutto, che razza di 14enne-con-una-cotta-pazzesca sarei stato se non avessi escogitato un finale eclatante? E per realizzarlo avevo tutto ciò che mi serviva: l’orario del suo treno e un inseparabile cugino proprietario di un motorino.
Ci piazzammo con qualche minuto di anticipo nel punto in cui la ferrovia si avvicina maggiormente alla strada, subito fuori dalla stazione, e appena il treno iniziò a muoversi partimmo a tutto gas a bordo di quel leggendario “Sì” modificato, riuscendo a tenere il passo del treno per più tempo di quanto ci aspettassimo, e urlando il nome della mia ragazza fin quasi a farci esplodere la giugulare. Lei ci vide, si appiccicò al finestrino del treno, spalancò la bocca per lo stupore e lasciò esplodere uno di quei suoi sorrisi che mi facevano tremare le ginocchia. Prima che suo padre la tirasse via, fece in tempo anche a mandarmi un bacio. L’immagine, incorniciata in un finestrino di un treno, di quel triste ometto con il riporto e la pancetta che mi fissa con uno sguardo indignato ed ebete fin quando il treno non ci semina, è incredibilmente nitida nella mia memoria, anche ora che sono passati quasi vent’anni.
Ma nonostante tutto, quella mattina, la prima cosa che mi è venuta in mente appena sveglio, mentre ero in cucina e fissavo bottiglie di vino vuote e cicche di sigarette nei piatti sporchi, non è stata lo splendido viso di quella ragazzina, nè la tachicardia che mi procurava, nè le nostre passeggiate notturne. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata l’immagine di me e mio cugino che sfrecciamo su un “Sì” modificato come “Chicco e Spillo”, gareggiando con un treno in corsa, sole e vento a benedirci, urlando al cielo la nostra adolescente fame di vita.

Comments

Altri contenuti

Interessanti

Intervista

Inspire,Connect,Build

By martinadabbondanza in Interviste



Storia

I’ll drink responsibly when they will make a brand of whiskey named Responsibly