La verità, vi prego, sul Pigneto – PigneTown #9

La scorsa notte, girovagando nei meandri del mio portatile, ho ritrovato due righe di appunti che avevo scritto mesi fa, a proposito di un’idea da sviluppare per un numero di PigneTown. Probabilmente però cinque minuti dopo aver scritto questo promemoria sarò uscito a sbronzarmi, perché poi ho completamente rimosso la cosa fino all’altra notte, quando ho casualmente aperto quel file e ho deciso di dare finalmente seguito a quello spunto, anche se con qualche mese di ritardo. Gli appunti riguardavano un articolo di Vice che mi era stato linkato da un’amica e che criticava duramente il Pigneto. Preferisco non scrivere per esteso il nome dell’autore, mi riferirò a lui usando solo le sue iniziali, V.M.

Stando alla descrizione fatta in questo articolo, il Pigneto sarebbe una luogo a metà strada tra la Terra dei fuochi e il set di The walking dead, sommerso dalla monnezza e dalle siringhe, e popolato esclusivamente da tossici, immigrati (che sembra non siano visti molto positivamente da V.M., visto che li inserisce in un elenco di elementi negativi, subito dopo i tossici e subito prima della monnezza. Nello stesso elenco di sciagure figura anche la musica che esce dai negozi dei bengalesi, che probabilmente non è abbastanza “indie” per i gusti dell’autore), e da radical chic che si autoproclamano “creativi” ma che in realtà passano le loro giornate a sbevazzare nei bar alla moda del quartiere, senza creare un bel niente. Oltre a questo poi, una poco plausibile teoria sui processi che nei primi anni 2000 hanno trasformato il Pigneto da quartiere malfamato a quartiere della movida.

Ora, lungi da me il sostenere che il Pigneto sia perfetto, però mi sembra abbastanza evidente che l’articolo in questione non cerchi di fornire una descrizione del quartiere, quanto semmai di farne una caricatura ai limiti dell’assurdo. Io comprendo anche l’esasperazione dell’autore che abita sull’isola pedonale – la parte del quartiere dove io vado volentieri la sera ma dove in effetti non abiterei mai nella vita – però proprio lui che se la prende tanto con coloro che negli ultimi anni hanno fornito descrizioni artificiose del quartiere, ha finito per fornirne una ancora più artificiosa, speculare a quelle criticate. Tra i commenti lasciati dai lettori sulla pagina dell’articolo, ce n’è uno che secondo me coglie abbastanza nel segno, e che si conclude così: “Forse il tuo articolo potrebbe essere rivolto a tanta parte di Roma (il riferimento è al degrado, ndr) ma sinceramente il tuo accanimento proprio non lo capisco. Ovvero in parte lo trovo un radical anti radical chic un po’ alla moda…”.

Vabbè, per farla breve: avevo preso quei pochi appunti con l’idea di scrivere una sorta di risposta a questo articolo.

Vorrei iniziare proprio da questi tanto odiati radical chic. Tra le tante, trite e ritrite (e ancora trite e ancora ritrite) battute che circolano contro questa categoria – un repertorio monotono dal quale il nostro amico attinge a piene mani – quella sui “finti creativi” è tra le più gettonate, un vero e proprio evergreen. Tanto da avermi spinto più di una volta a chiedermi come facciano i sostenitori di questa teoria a sapere se degli sconosciuti incontrati di sfuggita in un bar, facciano un mestiere creativo oppure no. Cioè, cosa fanno? si piazzano per interi pomeriggi da Necci e da Rosti chiedendo di esibire curriculum, portfolio e dichiarazione dei redditi a tutti coloro che hanno atteggiamenti o look vagamente bohemienne? Mi sembra improbabile. Io invece in sette anni di vita al Pigneto di gente che paga l’affitto grazie a lavori creativi di ogni genere ne ho conosciuta davvero parecchia. Perciò sono propenso a pensare che si tratti di un puro e semplice luogo comune, sfoderato da V.M. forse per il piacere di poter scrivere una frase “brillante” come la seguente (cito): “intellettuali o aspiranti tali che discettano senza soluzione di continuità di birre artigianali, gruppi di acquisto, progetti con tre g”. Frase che per me rappresenta perfettamente il paradosso di voler apparire originale, sarcastico e sagace, attraverso un tipo di umorismo a dir poco stantio, e attraverso delle battute molto più stereotipate delle categorie che vorrebbero colpire. E tuttavia va detto che questo è un paradosso in cui sono caduti giornalisti/scrittori ben più autorevoli di questo ragazzo, ma ossessionati quanto lui da questi borghesi-bohemienne e dai loro bizzarri costumi.

Un altro cavallo di battaglia di questa livorosa invettiva è poi questo (presunto) mare di siringhe ai bordi dei marciapiedi. Boh…a me non credo sia capitato di vedere più di due o tre siringhe in sette anni, e solo nella piccola area compresa tra Via Macerata e Via Ascoli Piceno. Io sono cresciuto nel borghesissimo e benestante quartiere Vescovio e lì, di fronte Villa Chigi, ne vedevo molte ma molte di più. Divertente poi che V.M. abbia scritto di passare spesso le sue domeniche nella “civilissima Via Nomentana, altezza Villa Torlonia” per uscire dal Pigneto e “andare a vedere un pò come è fatta l’Europa”, perché giusto qualche settimana fà l’ormai noto sito “Roma fa schifo” ha pubblicato delle foto che mostravano un simpaticissimo mucchietto di siringhe proprio all’interno dell’europeissima Villa Torlonia. Credo che in questi casi si usi l’espressione “epic fail”.

E passiamo infine alla monnezza che fuoriesce dai cassonetti. In effetti questo è un problema reale. Ma qui si torna al concetto espresso dal commentatore di cui sopra, e cioè: si fanno passare problemi romani (anzi, di tutta l’Italia centromeridionale) come problemi che riguardano solo il Pigneto e forse qualche periferia dimenticata della città. Mia sorella abita a Montesacro e la monnezza fuoriesce dai cassonetti anche lì. Forse Montesacro non sarà i Parioli, ma credo che nessuno lo definirebbe un quartiere degradato o problematico.

In tutto l’articolo nessun cenno, naturalmente, a caratteristiche anche solo vagamente positive del quartiere. Io invece – sarò di parte, chissà – ma di cose che mi piacciono al Pigneto ne trovo parecchie. E per quanto V.M. sostenga che punti di vista simili al mio siano solo frutto di una costruzione retorica, io spesso mi sento come in un’oasi protetta dall’avvilente provincialismo romano/italiano. Il Pigneto è infatti uno dei quartieri più multietnici di Roma. E, cosa altrettanto importante, molti dei suoi abitanti italiani sono contenti di convivere con tanti immigrati. E’ il quartiere dove capita più spesso di vedere coppie gay che si scambiano effusioni in pubblico. E’ il quartiere con più biciclette per strada. E’ senza dubbio il quartiere con più fermento culturale. Non a caso è qui che sono nate alcune delle realtà romane più interessanti degli ultimi anni. Basti citare il Kino per quanto riguarda il cinema (e non solo), o il Dal Verme e il Fanfulla per la scena musicale. E’, tra i quartieri della movida romana, quello che maggiormente ricorda i quartieri della movida delle grandi città europee. E non solo per le caratteristiche di cui ho appena parlato, o per il tipo di locali e circoli culturali che ci sono, ma anche perché non è frequentato (e non è un caso) da tipologie umane piuttosto anacronistiche, tipiche solo delle nostre parti (rampolli di Roma nord, combriccole di giovani fascistelli imbronciati, e via dicendo), che invece imperversano nelle altre zone del divertimento capitolino.

Ad ogni modo, l’ultima cosa che mi interessa è intraprendere una battaglia affinché tutto il mondo pensi che il Pigneto sia un luogo fichissimo. Zero. Nè voglio negare che il quartiere abbia dei problemi anche gravi, primo fra tutti quello dello spaccio. Però non potevo non dire la mia dopo aver letto un articolo che sembra essere stato scritto, come dicevo prima, in parte per (comprensibile) rabbia – accumulata dall’autore per i disagi che abitare sull’isola pedonale comporta; in parte per fare sfoggio di un sarcasmo non troppo brillante. Insomma, nulla che abbia a che fare con la voglia di raccontare il Pigneto.

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