Sandro Medici

Facciamo quattro chiacchiere con Sandro Medici, giornalista, scrittore, politico.

Ciao Sandro, saltiamo le solite domande di rito, so bene che sei impegnatissimo in giro per l’Italia! Prima di iniziare a parlare di argomenti scottanti legati alla cultura della nostra città, mi sembra giusto che i nostri lettori ti conoscano un po’ meglio. Da Roma a Melfi, giù nella sconosciuta Basilicata, poi di nuovo Roma, dove hai studiato architettura, il giornalismo, diverse pubblicazioni e infine la politica. Raccontaci com’è andata!
Una relazione sentimentale, ecco cos’è per me la politica. Non un percorso razionale e cosciente, ma piuttosto uno slancio emotivo che nel tempo ha via via acquisito consapevolezza, e che si è irrobustito anche grazie ad altri linguaggi, altre esperienze. Del resto, come molti ex ragazzi degli anni sessanta, la politica è stata l’esito di un vissuto intensissimo, più che un esercizio intellettuale o un’applicazione ideologica. Come spiegava il Gruppo ’63 o la Scuola di Francoforte (ma l’abbiamo capito dopo), ci siamo subito sentiti “apocalittici”: cresciuti cioè con un istinto ribelle. Le prime manganellate le ho prese a sedici anni sulla scalinata di piazza di Spagna perché con i capelli lunghi suonavamo le nostre chitarre e i nostri tamburi. Vivevamo in un densissimo intreccio di suggestioni e ragionamenti, spesso confuso ma assolutamente irresistibile. I Doors e Ho Chi Min, Carmelo Bene e Valle Giulia: Pina Bausch, Salinger, Andy Warhol, John Lennon, Pasolini, Neruda partecipavano con noi alle lotte studentesche. Insomma, la politica era un precipitato di immaginario culturale che diventava movimento sociale, fiato, sudore e bandiere al vento.

Per dodici anni sei stato presidente del X Municipio, uno dei più popolosi e complicati di Roma. Un’esperienza conclusasi l’anno scorso. Com’è stato il tuo percorso? Cosa hai potuto imparare da questi anni?
Nei dodici anni che ho lavorato nell’ex X Municipio, tutto questo condensato politico-culturale me lo sono ritrovato. Ed è stata la principale risorsa che ha permesso a quell’esperienza di non limitarsi al solo “buon governo”, e cioè a cercare di amministrare al meglio i servizi, la manutenzione e la gestione del territorio, ecc., ma anche di esprimere un’impronta. Ossia, connotare quell’amministrazione con pratiche e progetti inediti, originali, a forte impatto simbolico. Dalle requisizioni dei palazzi vuoti per ospitare le famiglie sfrattate ai registri per le unioni civili e per il testamento biologico, dalla progettazione sociale che si misurava con i nuovi bisogni alle cooperative di lavoro per gli esclusi (ex detenuti, cassintegrati, disabili, malati psichiatrici), dalla produzione culturale indipendente al bilancio di genere, dalla riconsegna ai cittadini di spazi abbandonati per trasformarli in servizi sociali, biblioteche, palestre, centri civici, ecc. alla valorizzazione della memoria dei quartieri, com’è avvenuto al Quadraro con il conferimento della medaglia d’oro per le lotte della Resistenza. E anche in questo caso con un metodo di relazione sentimentale con le persone, piuttosto che con le fredda ingegneria amministrativa.

Nato a Roma, sei un cittadino capitolino a tutti gli effetti! Vivere nella nostra città può essere al tempo stesso bellissimo e molto, molto complicato. Qual è il tuo rapporto con la Capitale?
La prima cosa di cui avrebbe bisogno Roma è quella di ritrovare se stessa. Non solo la sua storia ma soprattutto la sua dimensione contemporanea. Tra le diverse critiche che si muovono al Campidoglio, la principale è per me quella di non riuscire (o rinunciare) a offrire una prospettiva, a proporre un’idea di città, un’impronta, una visione. Cos’è Roma nel panorama delle grandi capitali del mondo? Se va bene è il Papa e il Colosseo, altrimenti è il degrado, l’inefficienza, la fatica del viverci. Nessuno progetta la città del futuro, il suo ruolo nazionale e internazionale: si rincorre con affanno (e invano) un’emergenza dietro l’altra. E non si fa nessuno sforzo per chiamare i suoi cittadini a condividerne il domani, a partecipare alle decisioni. Temo che in queste condizioni non si andrà molto lontano e che, soprattutto, questa città resterà sempre più “periferica”.

Passiamo a parlare di temi molto cari a noi LeCoolers, come il sequestro e il dissequestro dell’Angelo Mai. Diciamo che sei una persona molto attiva da questo punto di vista: assemblee, riunioni, interventi, che comprendono anche il palco del Teatro Valle Occupato, a difesa della cultura libera e autogestita di Roma. Secondo te come si dovrebbero tutelare queste realtà? Qual è lo sforzo necessario che la città si deve imporre per permettere la circolazione di quest’altro tipo di patrimonio?
Ecco, l’unica movimentazione che a Roma ha un impatto sulla contemporaneità è rappresentata dalle esperienze di produzione artistica e culturale indipendente. Esperienze vive e dinamiche riconosciute a livello internazionale come le più interessanti e innovative, al punto da ricevere premi prestigiosi, ma che qui da noi diventano un problema di ordine pubblico. Anche in questo caso si misura l’incapacità (l’ottusità) di un’amministrazione pigra e miope. In altre città, in altre capitali questo tipo di esperienze vengono valorizzate al massimo perché attribuiscono prestigio, perché diventano modelli autorevoli di ricerca culturale, perché arricchiscono sensibilmente l’offerta culturale. Insomma, c’è un investimento politico (e anche economico) per favorire il loro sviluppo. Qui a Roma, mandano la polizia a sgomberarle.

Cosa sogni per il futuro di Roma e per il tuo ovviamente?
Quando nel 1965 (una vita fa) i Beatles fecero i loro concerti all’Adriano, Roma si dimostrò alquanto refrattaria ad accoglierli. Tanto indifferente quanto inconsapevole. A dimostrazione del suo provincialismo, della sua arretratezza: e le cronache locali di quel caldissimo giugno ne sono lo specchio fedele. Temo che in questo scorcio la città viva la stessa angustia, la stessa opacità. Risucchiata da improbabili impulsi identitari (“ciumachella de Trestevere”) o del tutto disinteressata a una sua possibile rinascita culturale. Di certo, su questa ignavia, pesa l’opprimente clima di disagio economico, che rende difficile allargare lo sguardo e allungare il respiro. Ma il tono generale in città è indubbiamente soffocato e soffocante. Allora, a risvegliarla, ci pensò il movimento del sessantotto e uno dei suoi principali interpreti, Renato Nicolini. Oggi mi pare non affiorino particolari sommovimenti: c’è un sostanziale vuoto creativo, un manierismo antologico e repertoriale, spezzato solo dalle proposte degli spazi occupati, splendide avanguardie che tuttavia stentano a dilatare la loro influenza. L’augurio che faccio a questa città è dunque quello di riaccendersi e riprendersi quel ruolo di protagonista culturale che si merita. E perché ciò avvenga è necessario che si rianimi la scena politica e sociale, che si riaprano spazi, si valorizzino i talenti.

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By martinadabbondanza in Interviste



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