La scommessa del Cohouse Pigneto – PigneTown #10

E dunque alla fine è successo. Stefano e Simone, miei amichetti di gioventù, oggi proprietari di alcuni dei più noti locali romani (Fish Market, Coffe Pot, Terrazze San Pancrazio, Hamburgeseria, Osteria delle Coppelle, C.O.H.O., Studi 565; e precedentemente anche di Tea Room, Casa Clementina e probabilmente ne starò dimenticando qualcuno), hanno deciso di provare a conquistare anche il Pigneto.

Quando ho saputo dell’imminente apertura del Cohouse Pigneto ho pensato, da un lato, che fosse inevitabile, visto che è l’unico quartiere della movida in cui non avevano ancora affisso il loro stendardo. D’altro canto però, l’ho trovata una scommessa coraggiosa, dal momento che il loro “giro” è quello della Roma bene, un giro che non frequenta troppo spesso il Pigneto.

Ero molto curioso, perciò sono andato al Cohouse la sera stessa dell’apertura. Leggendo l’indirizzo ho subito notato che, tecnicamente, non si trova al Pigneto ma al Mandrione. Il nome “Casilina” potrebbe far pensare ad una strada a tre corsie delimitata da orrendi palazzoni anni 70, e invece il locale si trova in un punto della Casilina Vecchia completamente avulso dal contesto urbano, in cui la strada si riduce ad un viottolo di campagna, che gode anche del fascino creato dal contrasto tra gli archi dell’Acquedotto e la ferrovia.

Lo spazio interno non è da meno. Un grande loft, con ampie pareti a vetro e il bar al centro a separare le due aree del locale. Da un lato divani, consolle su un pianoforte (so cool!), tavolo da biliardo, palco per la musica dal vivo, due pareti che ospitano un’ imponente installazioni artistica. Dall’altra parte del bar, l’area ristorante con grandi tavoloni sociali, coerentemente con la tendenza del momento. Molto interessante, tra l’altro, l’idea del temporary restaurant, con 12 chef che si alterneranno nei 12 mesi dell’anno. Non so chi saranno gli altri 11 ma la partenza è stata piuttosto prestigiosa, con Mr. Arcangelo Dandini, non esattamente “uno qualunque”.

Ma passiamo all’aspetto più interessante del Cohouse: i suoi avventori. Interessante perché, come dicevo prima, i fedelissimi del circuito di locali di Simone e Stefano tendenzialmente non amano particolarmente il Pigneto. La sera dell’apertura naturalmente c’erano tutti, ma proprio tutti, i volti noti della vita mondana della Roma bene. Ma i primissimi giorni, si sa, non sono indicativi. Perciò, mentre bevevamo i nostri drink (anche il “cocktail-test”, per quanto mi riguarda, è stato superato), i miei amici ed io ci chiedevamo quale sarebbe stato, a lungo termine, il target della clientela del Cohouse Pigneto. Le possibilità sembrano essere tre:

- 1) Simone e Stefano riusciranno nell’ardua impresa di portare stabilmente al Pigneto persone che fino a un mese fa non sapevano neanche dove si trovasse. Detta così potrebbe sembrare una mission impossible, eppure non credo sia un’ipotesi da scartare a priori: questi ragazzi esercitano un forte appeal sulla loro clientela.

- Ipotesi 2) Il Cohouse diventerà un punto di riferimento per la “gens Pigneta” (cit.). Questa è un’ipotesi plausibile, la cui realizzazione potrebbe però trovare un ostacolo nei prezzi degli alcolici, un pò alti per gli standard del quartiere.

- Ipotesi 3) Il target della clientela del Cohouse sarà misto, composto in parte da frequentatori del Pigneto, in parte da frequentatori della Roma bene. Anche se sembra difficile creare una situazione che incontri i gusti di entrambe le categorie, bisogna dire che esistono già dei luoghi “bipartisan” al Pigneto. Vedi Co.so, Primo e, in minor misura, anche Necci e Rosti. Quindi, perché no?

Comunque, parafrasando un vecchio spot televisivo piuttosto popolare, io dico: non importa che tu sia del Pigneto o di Corso Trieste, il Cohouse è fico, vacce!

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By martinadabbondanza in Interviste