Willie Peyote

«One, two, three and then the four,
da zitto sembro hipster ma se rappo suono hardcore

Due righe prese da Glik di Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, che basterebbero a descrivere quello che il trentenne torinese rappresenta per la scena rap e hip hop italiana.
O almeno in parte.

Perché a sentire i due dischi di Willie in sequenza, si può dire che sia sì hardcore, ma anche lirico, rock, blues, ed ovviamente sa mettere divinamente in fila un sacco di parole.
Con «Non è il mio genere, il genere umano», l’album di esordio, ha gettato le basi ritmiche e liriche per esplodere poi in «Educazione Sabauda», disco uscito quest’anno e che ritengo un gioiello splendente in un periodo di bigiotteria da due soldi e finti gioiellieri che tentano di venderteli a caro prezzo.
Uno scarto di anni luce rispetto a grosse produzioni patinate, una lista di tracce pensata e ragionata per essere un disco con un pecorso preciso. Molti più strumenti «suonati per davvero», un diverso approccio con la voce ed il suo utilizzo che risulta pulito, chiaro che mette sul piatto testi grandi, e belli.
E visto che lo sta portando in giro il suo secondo album, passando anche per Roma la scorsa settimana, e che io ho la fortuna di scrivere qui per Le Cool proponendomi per le interviste, mi sono tolto lo sfizio di farci due chiacchiere, con Willie.

7

Arrivo al Quirinetta con fotografa al seguito e, dopo un check veloce (dove scopro che Guglielmo suona anche il basso), ci ritiriamo nei camerini, poltrona davanti poltrona.
Essendo una suocera, la prima cosa che gli chiedo è se, e come, la scena rap italiana sia cambiata negli ultimi anni.

W: quando si parla di scena, mi divido tra ascoltatore neutrale, come un normalissimo utente, ed un osservatore che invece la scena la vive. Ci sono molte cose che da ascoltatore mi piacciono e non riguardano l’ambiente rap, come ad esempio Calcutta, bravissimo a scrivere testi semplici e diretti. Come osservatore, secondo me la cosa migliore dell’anno l’ha fatta Salmo: il suo è un disco perfetto, sicuramente da ascoltare. Ci sono artisti pazzeschi come Hyst, che personalmente ritengo il più talentuoso ed allo stesso tempo ignorato artista italiano, o gente come Dutch Nazari che fa della roba micidiale a cui ho avuto il piacere di partecipare recentemente. Quando poi vedo Caparezza che ai suoi concerti porta persone dagli 0 ai 99 anni, li coinvolge, li trascina, non capisco come mai non ci riesca nessun altro.
Quanto è cambiata la scena? Molto, ma non abbastanza.

Cioè?

Cioè nessuno si prende più rischi. C’è chi continua sulla sua strada, chi ci prova ma non ci riesce. Prendersi un rischio fa paura, e allora si preferisce fare quello in cui si crede di essere più bravi. Solo che chi fa rap fa quello e basta, e non rischia. Si calcola tutto ed alla fine non risulta nulla.

Ed io onestamente, ascoltando i tuoi due dischi, credo che un rischio te lo sei preso, eccome.

Per come son fatto io, certo. Il salto c’è stato e si sentirà ancora di più con il prossimo disco. Voglio registrare con strumenti suonati live, studiare gli arrangiamenti, mi succede di tornare a casa e lavorare sugli spartiti dei miei musicisti. Se fossi rimasto a fare quello con cui ho iniziato, probabilmente non avrei nemmeno continuato.

Non so se sei a conoscenza del clima di terrore che c’è a Roma, per quanto riguarda le occupazioni ed i relativi sgomberi. Com’è la situazione a Torino?

Sicuramente tesa. Si respira un’aria pesante lì, dove sono arrivati a votare un decreto anti-movida, dove solo pochi giorni fa hanno arrestato e messo ai domiciliari decine di No-Tav. Così come a Bologna, solo che la rossa Bologna è un termometro nazionale, per quanto riguarda gli ambienti sociali, universitari, di lotta politica. E quando anche lì si comincia a chiudere, sgomberare, arrestare, significa che c’è un problema in tutto il paese. E non è bello.

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In «C’era una Vodka» si capisce che con l’alcool hai un rapporto travagliato. Noi di Le Cool siamo grandi amanti degli spiriti, e ci aiuta in varie situazioni. A te quando ed a cosa serve, un buon bicchiere?

Beh, quando suono sicuramente mi aiuta a lasciarmi andare. Sono abbastanza introverso, e se la musica mi serve per esprimermi l’alcool mi aiuta a liberarla sul palco. Quando scrivo non bevo, mi distrae e non riesco a concentrarmi. Ho il difetto, chiamiamolo così, di dividere corpo e mente, quando sono sul foglio bianco: posso riuscire a scrivere e nel frattempo fare altre cose, mentre quando faccio, agisco, magari la mia testa sta continuando a scrivere. Con l’alcool non riuscirei, ma in quei casi mi faccio aiutare da altro.
Di certo mi serve per placare un po’ i demoni che ho dentro.

A Le Cool abbiamo una domanda classica da fare a fine intervista: pro e contro di Roma.

Sicuramente i local, la gente che fa rap a Roma, è un pro. I ragazzi di Do Your Thang (gli organizzatori della serata, incredibile collettivo di ragazzi romani che con Peyote hanno anche collaborato) sono giovani, talentuosi, e soprattutto rischiano molto. Sono davvero da tenere d’occhio. E poi, a parte la bellezza mai scontata della città, voi romani avete uno humor nero che mi fa morire. Avete la capacità di rendere le situazioni spiacevoli quasi comiche, sempre con una battuta pronta e quel sorriso amaro in faccia.
I contro? È una città che sembra avere un fascismo più radicato che in altri posti, è un po’ più nera di quanto ti aspetteresti.
E poi c’è il Vaticano. Con il mio passato personale in fatto di religioni, ho capito che un dio che ti impone le cose, e che se non le fai ti punisce, è fascista pure lui.

Una persona davvero incredibile, ‘sto Guglielmo.
Parla veloce e tanto, ma senza mai risultare prolisso, né noioso. Ti trascina nella sua visione delle cose, tanto ci tiene ad esprimersi.
Durante l’intervista, ad un certo punto, mi sono dimenticato di essere in un ruolo «istituzionale» e mi è presa una di quelle botte di empatia fortissima.
Willie Peyote è timido, si vede e lo dice, «dovrei togliere il cappello/senza quello sono solo Guglielmo», e a me piace proprio perché come me ha bisogno di un mezzo, un media, per potersi esprimere al meglio.

Ed io quest’intervista la dedico a mio fratello, che Willie Peyote me lo ha fatto conoscere ed apprezzare. Sorrido se penso all’inversione dei ruoli, che alla fine il vecchio tra i due sono io, e la musica e le cose dovrei insegnargliele io.
Quindi ci provo, a fare il saggio: è dedicato a te, e a tutti quelli che hanno una passione così grande che li aiuta a tirar fuori il meglio di loro, come possono, come vogliono.

(foto di Chiara Bruni)

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By martinadabbondanza in Interviste



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